sabato 18 gennaio 2014

The Counselor di R. Scott. Recensione


The Counselor 
di Ridley Scott 
con Michael Fassbender, Brad Pitt, Javier Bardem, Cameron Diaz, Penelope Cruz 
Drammatico, 111 min., USA, GB, 2013 

Un avvocato (Fassbender) decide di sfruttare i suoi agganci per fare soldi grazie ad un carico di droga sottratto alla malavita. Quest’ultima mette in moto un meccanismo di vendetta che non gli lascerà vie di fuga. L’avvocato capirà così il monito del suo socio in affari (Pitt): “Tu sei il mondo che hai creato. Quando smetti di esistere, anche il mondo che hai creato smetterà di esistere”. 

Dopo una partenza fracassona, Ridley Scott mette in campo una regia fin troppo didascalica (la tendenza al far vedere a tutti i costi) e a tratti retorica (locali glamour, case con piscina e alberghi a cinque stelle) per mettere in immagini una sceneggiatura di Cormac McCarthy che presenta luci e ombre in egual misura. Tra i punti di forza c’è sicuramente la presenza di una forte morale (cosa ormai rara) nonché la costruzione di una buona storia che parla di una discesa agli inferi (qui ambientata sul confine tra Messico e USA) dove il principale vizio da purgare è l’avidità e dove tutti sono certi che il contrappasso prima o poi li punirà. Benché la storia sia di facile comprensione è tuttavia tortuoso ricostruirne i singoli passaggi e spesso, attraverso i dialoghi, si comprende come l’approccio alla narrazione sia più quello di uno scrittore che non quello di un uomo di cinema. Ogni battuta diventa dunque il pretesto per esporre una massima filosofica o di vita (fortunatamente non ai livelli della stucchevolezza sorrentiniana), con esiti talvolta del tutto inverosimili. Come il boss della droga che cita i versi di Antonio Machado rimarcandone il significato attraverso parafrasi e commento. 

Riguardo le prove degli attori bisogna rilevare che, nonostante il cast stellare, l’unico veramente nella parte risulta essere Fassbender, sicuramente più verosimile di un Bardem che sembra sempre più il mascherone di un carro allegorico del carnevale di Viareggio (in continuità con quello mostrato in Skyfall), un Pitt poco in forma, una Diaz e una Cruz quasi relegate in secondo piano. Anche per questo la solitudine di Counselor/Fassbender viene accentuata ma il risultato finale, comunque molto gradevole, finisce col risentire di una fastidiosa frizione tra lo stile pop/rock di Scott e il linguaggio esistenzialista di McCarthy (meglio sfruttato dai fratelli Coen in Non è un paese per vecchi). 

Voto: 7 su 10 

(Film visionato il 16 gennaio 2014)



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2 commenti:

Stefano ha detto...

Ho letto pareri contrastanti. Alcuni sostengono che si tratta della regia più equilibrata della carriera di Scott, tu invece la critichi ("pop/rock"? devo proprio vedere il film per farmi un'idea).

La morale me l'aspettavo: si tratta pur sempre di McCarty, scrittore che proviene da una famiglia cattolicissima. Mi sembra che gli unici registi a non soffrire di un complesso di inferiorità (evidente nell'ansia che probabilmente provano di essere all'altezza della sua scrittura, al costo di ridurre la sceneggiatura a un pugno di massime filosofiche) nei suoi confronti siano proprio i Coen (che di morale se ne intendono), che giustamente citi. L'ultimo di Franco, adattato anch'esso da McCarty, è appunto un gran pasticcio.

A.V. ha detto...

Sì, pop/rock è forse poco chiaro. Intendo dire che le scene in interni sono patinate quasi quanto quelle di un videoclip pop, mentre quelle in esterni (vuoi per l'ambientazione desertica, per il ritmo e la violenza) sembrano quelle di un videoclip di un gruppo rock.

I Coen forse hanno centrato l'obiettivo perché hanno rielaborato il testo di McCarthy. Qui, invece, la sceneggiatura viene rispettata da Scott, che però non riesce col suo stile a valorizzarla.

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