venerdì 29 novembre 2013

Il Vangelo secondo Gesù Cristo di José Saramago

Raramente ci è stato possibile conoscere un libro più avversato dal Clero Cattolico del Vangelo Secondo Gesù Cristo di Saramago.
Che la cosa sia stata o meno voluta dall’autore, il principale tra gli organi di stampa Vaticana finì col cadere nella moderna judo strategy mediatica dove il Golia di turno si definisce da solo per le accuse che pronuncia. Nei giorni immediatamente successivi la morte di Saramago, verificatasi il 18/06/2010 a 19 anni dalla prima pubblicazione dell’opera (avvenuta nel 1991), il quotidiano l’Osservatore Romano attaccò l’ateismo di entrambi: il primo perché accusato di non aver saputo dimostrare alcuna “ammissione metafisica”, la seconda perché in un articolo precedente essa leggeva una “sfida alla memoria del cristianesimo di cui non si sa cosa salvare”.
Prendendo a riferimento il punto di vista di Gesù stesso e prima ancora quello della sua famiglia, il testo racconta la sua vita a partire dal giorno del suo concepimento naturale. Perché Gesù possa vivere, Giuseppe decide di nasconderlo ai soldati romani preferendo sacrificare tutti gli altri primogeniti di Betlemme e non avvertendo per tempo le loro rispettive famiglie dell’eccidio sentenziato da Erode.
Il peccato originale ereditato dal padre diverrà il tormento più oppressivo della sua intera esistenza. Lo stesso fungerà però ben presto anche da molla per le riflessioni interiori del protagonista.
Queste lo porteranno prima del tempo all’età adulta ed infine all’accettazione rassegnata della sua condizione di veicolo, più che di creazione senziente, del volere divino.
I personaggi, le situazioni, le emozioni, i sentimenti ed i ragionamenti sono quanto di più umano si possa immaginare, sia che attengano alle questioni della quotidianità terrena (la famiglia, la socialità, il lavoro, l’oppressione militare ed i ruoli che sviluppano) che quelle più alte della celestialità escatologica (prima fra tutte la devozione ed i modi per pubblicizzarla).
Vengono tutti rappresentati cioè con i timori, le debolezze e le bassezze che ordinariamente accompagnano l’esistenza di ognuno, sottraendo a ciascun personaggio quella mitica straordinarietà che invece qualsiasi racconto religioso ha sempre cercato di fomentare.
Il testo ed i suoi contenuti sono presentati con uno stile fitto, continuo, che non va mai a capo ed usa meno punteggiatura possibile, a simbolo delle stesse caratteristiche salienti della vita di ciascuno: i momenti si susseguono ciclicamente, solo la loro addizione porta al significato dell’esistenza.
Finanche alla religione è sottratta la fantasmagoria escatologica che normalmente l’accompagna, assumendo piuttosto tutti i connotati di schema politico e culturale per influenzare e tenere a freno le necessità e soprattutto le pretese esprimibili dagli uomini. 
Dio non è più un’entità così misericordiosa ma piuttosto un’entità calcolatrice e dipendente dalla fede, in assenza della quale egli ammette che si estinguerebbe.
Egli stesso rivela a suo figlio che per questo ha in programma di sacrificare non un solo uomo, ma centinaia di migliaia di vite, lasciando che queste si uccidano e si perseguitino tra loro per imporre il suo nome. Questa, come le moltissime altre licenze evangeliche di cui il testo è disseminato, non ne minano il significato, previa accettazione critica dello stesso.         
La pacatezza del senso di rassegnazione espresso dai personaggi diviene man mano talmente vivida da risultare quasi angosciante, tale da rendere il racconto indirizzato a tutti ma adatto a pochi: a chi è disposto a perdonare chi gli sta sopra “perché non sa quello che sta facendo”. 

D.M.
 


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lunedì 18 novembre 2013

The Canyons di P. Schrader. Recensione



The Canyons 
di Paul Schrader 
con Lindsay Lohan, James Deen, Nolan Gerard Funk, Tenille Houston 
Thriller, 99 min., USA, 2013 

Prima di cominciare con l’analisi del film è bene ricordare una cosa: il film è stato realizzato con soli 250mila dollari. Non 25milioni (costo di un film hollywoodiano di fascia medio-bassa). Solo una combinazione di talento e spregiudicatezza può sopperire a una tale mancanza di risorse. 

Diretto da Paul Schrader e sceneggiato da Bret Easton Ellis (i nomi dicono tutto, chi non li conosce si informi), il film è un ritratto cinico e spietato della società contemporanea. Per essere più precisi, The Canyons è un documento socio-antropoligico dalle connotazioni catartiche (secondo l’accezione aristotelica applicata alla tragedia greca). La narrazione è acida e iperrealistica, i personaggi incarnano il “lato oscuro” della società che tendiamo ad escludere dal nostro cono ottico benché sia ben vivo e presente, forse più della sua controparte sana. I luoghi (le immagini dei cinema abbandonati, gli interni freddi, i campi lunghissimi con le ville solitarie delle colline di Hollywood) accentuano il senso di isolamento di una vita che è sempre più connessa virtualmente a quella degli altri ma mai così distante. Non è un caso che i personaggi le cui vicissitudini innervano la pellicola ci vengono presentati attorno ad un tavolo in un locale dove vengono serviti cocktail tutti uguali mentre comunicano tra loro a monosillabi perché incollati ai propri smartphone touchscreen. Una vera a propria dipendenza dalle nuove tecnologie che per la prima volta si fa costante all’interno di una narrazione cinematografica andando quasi a scalzare altre “debolezze” come alcol, droga e pornografia. Elementi comunque presenti in una storia di ricatti (economici e sessuali), giochi di potere, omicidi e bugie che finisce per mettere a nudo le contraddizioni proprie della nostra società, ma in modo inconsueto. Nel senso che qui non ci sono buonismi né filtri, per un risultato che ci fa percepire la totale indipendenza del processo creativo da qualsiasi regola della macchina produttiva hollywoodiana. Ciò non vuol dire che il percorso non abbia presentato ostacoli. Sono risapute le difficoltà con le quali Schrader e Ellis hanno dovuto fare i conti, non ultimo il budget ridottissimo che li ha obbligati ad affidare le parti principali a due outsider. Ma, in fin dei conti, il valore aggiunto dell’opera, nonché lungimirante operazione pubblicitaria, è proprio rappresentato dal fatto che James Deen e Lindsay Lohan si rivelano inaspettatamente perfetti, sempre nella parte. Il primo con la sua faccia da bravo ragazzo, che accentua l’atrocità dei ricatti e degli abusi che il suo personaggio perpetra. La seconda con la sua fisicità che svela definitivamente, sul doppio piano della realtà e della finzione cinematografica, come divismo e popolarità (amplificati a dismisura da internet e social network) abbiano definitivamente sostituito qualsiasi oggettivo valore culturale, etico ed estetico. 

Voto: 7,5 su 10 

(Film visionato il 16 novembre 2013)



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sabato 2 novembre 2013

La vita di Adele di A. Kechiche. Recensione


La vita di Adele 
di Abdel Kechiche 
con Léa Seydoux, Adèle Exarchopoulos, Jeremie Laheurte, Catherine Salée 
Drammatico, 179 min., Francia, 2013 

La protagonista è lei, Adele (Adèle Exarchopoulos). La telecamera è fissa sul suo volto, sul suo corpo. Già dalle prime inquadrature l’attenzione si concentra sulla bocca, sulle labbra aperte e carnose, i denti perfetti e imperfetti allo stesso tempo (bianchi candidi ma con gli incisivi un po’ pronunciati), gli zigomi rotondi e lisci, gli occhi nocciola. Kechiche si sofferma poi sul suo corpo liscio, sodo, giovane. La narrazione diventa quindi un tutt’uno con il personaggio. Importa solo cosa Adele fa, dove va, cosa prova. Lesbica? Bisessuale? Una ragazza insicura e disorientata? Chi è la protagonista? Non lo sappiamo. Ma non è una resa. È proprio l’incessante ricerca della sua essenza che continua a scavarci dentro

Certo, il prezzo che dobbiamo pagare è alto. Dobbiamo sopportare una trama scontata, qualche imprecisione narrativa di troppo, scene di sesso spinte sin quasi al ridicolo, scelte registiche alquanto discutibili: situazioni e personaggi inverosimili (soprattutto nel finale), il pube depilato che rende Adele ancora più “bambina”, il continuo indugiare del regista sulla bocca schiusa, le gambe aperte ed il sedere mentre dorme a pancia in giù. Kechiche sa come sfruttare a vantaggio suo e della sua opera i meccanismi del “morboso”: il voyeurismo delle scene di sesso, il processo d’identificazione con il personaggio e il suo grande portato di ambiguità (siamo veramente sicuri che si tratti di una storia lesbica?). È grazie a questo che il regista salva il film. Perché Adele tocca vette di bellezza che solo le donne dei dipinti di Francois Boucher erano riuscite ad incarnare

Voto: 8 su 10 

(Film visionato il 30 ottobre 2013)



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