sabato 19 ottobre 2013

Mirabile affresco del Midwest americano, il romanzo di Franzen ritrae i fallimenti dello sforzo educativo teso a correggere le deviazioni dalla “regola” rigida e tradizionalista del Dopoguerra.
Emblema di questa inadeguatezza sono gli anziani coniugi Lambert, Enid e Alfred, alle prese con la malattia di quest’ultimo e con le delusioni di un’esistenza agli sgoccioli, incapaci di approvare le scelte dei loro tre figli ormai adulti, trasferitisi sulla costa per sfuggire alle pressioni di una famiglia troppo ingombrante.
Ognuno di loro, nonostante un lavoro prestigioso e una vita esteriormente gratificante, è irrimediabilmente condannato all’infelicità: Gary, dirigente di banca, vittima di una depressione strisciante e di una moglie immatura; Chip, che perde il posto di professore universitario per avere avuto rapporti sessuali con una studentessa; Desirèe, chef di successo, che dopo il divorzio dal suo capo intreccia una discutibile relazione con un uomo sposato e poi con la moglie di questo.

Di fatto, ognuno dei protagonisti avrebbe tutte le carte in regola per aspirare ad un briciolo di felicità o, perlomeno, di appagamento, ma le loro esistenze sono talmente confuse e ricche di orpelli, talmente basate sull'apparenza e l’esteriorità, che non possono fare altro che andare avanti per inerzia.
personaggi di Franzen, insomma, sono i perfetti prototipi della degenerazione della cultura occidentale: uomini e donne della media borghesia, senza particolari problemi ma depressi e insoddisfatti, che trovano negli psicofarmaci e nelle droghe un caldo rifugio e sono circondati da persone che non fanno altro che mettere in luce le loro mancanze e debolezze.
L'autore americano è davvero abile nel tratteggiare i propri caratteri, umanizzandoli e ritraendoli ognuno con qualità peculiari e individuali.
Il personaggio a mio avviso più interessante è senza dubbio Chip, intellettuale di 39 anni ossessionato dal sesso, animato da velleità sovversive e anticonformiste, ormai troppo vecchio e patetico per gli abiti di pelle che indossa.
Nonostante le nobili intenzioni, è una caricatura di se stesso, ancora dedito alla vana ricerca di approvazione da parte dei genitori, segretamente giudicati responsabili per l’uomo che è diventato.
Il suo vero problema, infatti, è la mancanza di autostima, acuita non solo dai rapporti famigliari, ma anche dall’indifferenza dei propri studenti ai temi di critica sociale che egli potentemente veicola durante le sue lezioni universitarie e che rimangono sostanzialmente inascoltati: «Tutti quei critici che si danno tanta pena per lo stato della critica. Nessuno che sappia dire di preciso che cosa non va. […] E chi crede di essere libero non è “davvero” libero. E chi crede di essere felice non è “davvero” felice».
Quasi come una forma di protesta contro il declino della società occidentale, Chip si fa sedurre dalla giovane e avvenente Melissa, la studentessa che meno si mostrava interessata alle sue lezioni, testimoniando suo malgrado che il sesso è sicuramente uno dei due motori della società americana, ovvio compendio al secondo motore, costituito dai soldi.
Contro questa certezza si era dovuto scontrare a sue spese lo stesso Chip, il quale «sino a poco tempo prima […] credeva che in America si potesse avere successo senza guadagnare un sacco di soldi».

Puntuale contraltare alle velleitarie aspirazioni del figlio, è la madre Enid, il cui mondo è a tal punto un «miracolo di perbenismo» che è in grado di emozionarsi per un’enorme piramide di gamberetti veduta al matrimonio dei ricchi vicini di casa e addirittura si sente offesa quando, durante una crociera autunnale a lungo sognata, il marito Alfred spezza l’atmosfera di eleganza cadendo involontariamente in mare.
In sostanza Enid non riesce a comprendere i bisogni emotivi degli altri, forgiando nella sua mente i figli e il marito ad immagine e somiglianza di quanto ella si è prefissata a tavolino: «i suoi figli non erano intonati all’ambiente. Non volevano le stesse cose che volevano lei e tutti i suoi amici e tutti i loro figli».


Franzen riesce a trasmetterci con grande efficacia e in modo assolutamente credibile i pensieri e le emozioni dei personaggi, strutturando una tecnica narrativa che tornerà anche nel successivo Libertà, caratterizzata dal ricorso a continui flashback funzionali ad ambientare solo una parte del racconto nel tempo presente, quando l’azione descritta si è ormai già svolta.
Ne deriva un potente senso di irrimediabilità che avvolge l’intero romanzo e che in forma maggiore di quanto accadrà in Libertà, qui si colora di tinte più tragiche e claustrofobiche, nella visione di un passato ormai irrecuperabile.

Jonathan Franzen, Le Correzioni, Torino, Einaudi, 2005.


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lunedì 14 ottobre 2013

Anni felici di D. Luchetti. Recensione


Anni felici 
di Daniele Luchetti 
con Kim Rossi Stuart, Micaela Ramazzotti, Martina Gedeck, Samuel Garofalo 
Drammatico, 100 min., Italia, 2013 

Guido e Serena hanno due figli e vivono nella Roma degli anni Settanta. Lui è un aspirante artista che cerca di emergere più coi modi da maudit che attraverso le proprie capacità, lei una casalinga che crede ciecamente nel marito e si annulla pur di non perderlo. La relaziona comincia ad avere degli alti e bassi sempre più frequenti quando lui non riesce a sfondare e lei realizza di non avere una propria personalità. La situazione precipita quando Serena si allontana dal marito fedifrago e ormai fallito, con figli al seguito, per un soggiorno in un campo femminista dove ha una relazione con la gallerista del compagno. Al suo ritorno la coppia si sfalda e Guido vive una fase di depressione che riuscirà ad incanalare in una spinta creativa che lo riscatterà agli occhi dei critici. Qui il film poteva finire e invece, attraverso le reazioni dei figli, Luchetti rimarca il fatto che erano “anni felici ma che nessuno se ne era accorto”. 

La voce fuori campo di Dario, il figlio maggiore ormai adulto, introduce gli eventi e ci spinge ad immedesimarci in lui, a pensare che quello che stiamo per vedere è il ricordo della sua infanzia. Effettivamente l’intento dichiarato del regista era quello di dare vita ad un opera sì romanzata ma dall’impianto autobiografico. E invece ciò che ne esce non è la ricostruzione di una situazione famigliare dalla prospettiva di un bambino, quanto una sorta di Scene da un matrimonio “all’italiana” che si concentra ora sulle reazioni della moglie, ora su quelle del marito, ora su quelle dei figli. Questa continua indecisione prospettica (che svuota di pathos la scena più importante del film), unitamente alla poca distanza del regista dagli eventi narrati, alla mancanza di soluzioni registiche degne di nota e all’assenza di una storia sulla famiglia veramente capace di appassionare e di dire qualcosa di più rispetto a quello che già è stato detto (non basta l’escamotage di una storia lesbica per attualizzare e rendere accattivante la narrazione) sono elementi che non permettono al film di decollare, nonostante l’eccellente recitazione di Rossi Stuart e della Ramazzotti e l’ottima ricostruzione dei costumi e degli interni (tuttavia si nota la tendenza a chiudere le inquadrature, soprattutto negli esterni, per evitare di riprendere elementi architettonici contemporanei). Un film dunque poco a fuoco, come le opere del padre Guido: troppo accademiche per “rapire” l’attenzione degli spettatori, troppo convenzionali per risultare memorabili. 

Voto: 6 su 10 

(Film visionato l’11 ottobre 2013)



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venerdì 11 ottobre 2013

La Passeggiata di Robert Walser

Inno alla leggerezza e alla bellezza della vita, questo breve racconto incarna perfettamente la poetica di Robert Walser, racchiusa nella contemplazione delle piccole cose che, passo dopo passo, si affacciano sulla strada dell’esistenza umana.
Tutto diventa possibile per chi intraprende un viaggio senza progettare un itinerario né fissare una meta alle proprie peregrinazioni: la natura si anima sotto il suo sguardo incantato, la quotidianità scivola lentamente sul piano della fantasia, ogni oggetto perde il suo alone di prosaico grigiore per trasformarsi in un miracolo inaspettato, tanto sorprendente da fare dubitare persino della sua stessa esistenza.

Ad ogni passo un nuovo mondo si dischiude sotto il piede del poeta camminatore che, come un bambino, è capace di imbattersi in spaventosi giganti, incontrare professori, conversare amabilmente con cantanti e attrici famose, ingaggiarsi in cortesi ma taglienti tenzoni con sarti perfidi e ironici.

E se il lettore potrebbe non credere a ciò che gli viene raccontato, in un universo dominato dalle leggi dell’individualità, dove le percezioni appaiono più concrete della realtà esterna, i sensi diventano l’unica guida e il solo punto di riferimento:  «la terra si faceva sogno, io stesso ero divenuto interiorità e procedevo come dentro di essa. Ogni forma esteriore si dissolse, il finora compreso divenne incomprensibile».

Colui che passeggia è colto da ogni sorta di pensieri e di idee così che, ben presto, tra l’incanto e lo stupore, comincia a farsi strada una sensazione di malinconia e sottile inquietudine, che lo conduce al dubbio che le meraviglie godute sino a quel momento non siano altro che fiori da deporre sulla sua tomba al termine del cammino e, fuor di metafora, della vita stessa.
È su questo pensiero e, insieme, sulla consapevolezza dell’insolubile intreccio tra felicità ed infelicità dell’uomo, che calano le tenebre e si chiude il racconto.

La Passeggiata diventa così emblema della scrittura nomade ed erratica di Walser, solerte passeggiatore, dell’approccio alla vita velato di nostalgico romanticismo tipico di uno scrittore che ha condotto un’esistenza difficile e tormentata, punteggiata di difficoltà economiche e crisi allucinatorie e che solo dopo la morte è stato ammesso tra i massimi autori di lingua tedesca del Novecento e posto sullo stesso piano di autori come Kafka, Musil e Rilke.

Robert Walser, La Passeggiata, traduzione di Emilio Castellani, Milano, Adelphi, 1976.



vedi anche: Carl Seelig, Passeggiate con Robert Walser, Milano, Adelphi, 1981.


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venerdì 4 ottobre 2013

Sacro GRA di G. Rosi. Recensione


Sacro GRA 
di Gianfranco Rosi 
Documentario, 93 min., Italia, 2013 

Il Grande Raccordo Anulare, ovvero la grande autostrada urbana che abbraccia Roma, e chi attorno ad esso vive ed opera sono i protagonisti di questa pellicola. C’è un nobile decaduto che vive in un monolocale con la figlia, un paramedico con una madre affetta da Alzheimer, un nobile che affitta la propria dimora a chi realizza fotoromanzi, un botanico che combatte per la sopravvivenza delle palme, un pescatore d’anguille, ragazze immagine che lavorano in un bar, transessuali, prostitute e clienti. 

Film o documentario? Realtà o finzione? Svaniscono i confini di genere in quest’opera che è stata presentata al pubblico come documentario. Ma lo è? Ammettendo che i personaggi siano reali, scovati dal regista in due anni di peregrinazioni attorno al Sacro GRA, sorge comunque un dubbio legato al modo in cui l’autore ha deciso di filmare le situazioni. Le inquadrature sono studiate nei minimi particolari, come pure la disposizione dei personaggi in scena e, talvolta, i loro dialoghi (si pensi alle riflessioni a voce alta del pescatore su un articolo di giornale incentrato, guarda caso, sulle anguille che cattura ogni giorno o alla scena strappalacrime del congedo del paramedico dalla madre malata). Sotto il punto di vista narrativo il regista decide di operare almeno tre “giri di valzer”: uno per la presentazione del GRA e di chi lo “abita”, uno per aiutarci a distinguere tra comparse e protagonisti, l’ultimo per rendere questi ultimi (i più interessanti?) indimenticabili. L’operazione ha una forza dirompente limitatamente al primo “giro”. Poi, nonostante ottime scene impreziosite da memorabili battute di qualche personaggio, diventa ridondante e si comincia ad avvertire la mancanza di una storia che eviti il calo di attenzione del già visto e del già sentito. 

È dunque necessaria una riflessione sulla decisione della giuria capitanata da Bernardo Bertolucci di premiare l’opera con il Leone d’Oro dell’ultimo Festival di Venezia. Questo perché è altamente improbabile che nella competizione non ci fosse un film di pura fiction avvincente e ben realizzato che si potesse aggiudicare il riconoscimento. Probabilmente è stata premiata la novità di un’opera che ibrida i generi, che (s)corre sul confine tra realtà e finzione valicandolo più e più volte, che ridimensiona con il suo valore artistico i video caricati in rete che si elevano a vera testimonianza della realtà. Con quest’opera Rosi ha certamente cercato di rendere epica la presenza di una periferia che esiste, che è al centro del mondo ma spesso fuori dal nostro cono ottico. Novità tecnica e contenutistica, dunque. Forse è per questo nuovo linguaggio che l’autore ha conquistato il gradino più alto del podio

Voto: 8 su 10 

(Film visionato il 2 ottobre 2013)



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