lunedì 18 novembre 2013

The Canyons di P. Schrader. Recensione



The Canyons 
di Paul Schrader 
con Lindsay Lohan, James Deen, Nolan Gerard Funk, Tenille Houston 
Thriller, 99 min., USA, 2013 

Prima di cominciare con l’analisi del film è bene ricordare una cosa: il film è stato realizzato con soli 250mila dollari. Non 25milioni (costo di un film hollywoodiano di fascia medio-bassa). Solo una combinazione di talento e spregiudicatezza può sopperire a una tale mancanza di risorse. 

Diretto da Paul Schrader e sceneggiato da Bret Easton Ellis (i nomi dicono tutto, chi non li conosce si informi), il film è un ritratto cinico e spietato della società contemporanea. Per essere più precisi, The Canyons è un documento socio-antropoligico dalle connotazioni catartiche (secondo l’accezione aristotelica applicata alla tragedia greca). La narrazione è acida e iperrealistica, i personaggi incarnano il “lato oscuro” della società che tendiamo ad escludere dal nostro cono ottico benché sia ben vivo e presente, forse più della sua controparte sana. I luoghi (le immagini dei cinema abbandonati, gli interni freddi, i campi lunghissimi con le ville solitarie delle colline di Hollywood) accentuano il senso di isolamento di una vita che è sempre più connessa virtualmente a quella degli altri ma mai così distante. Non è un caso che i personaggi le cui vicissitudini innervano la pellicola ci vengono presentati attorno ad un tavolo in un locale dove vengono serviti cocktail tutti uguali mentre comunicano tra loro a monosillabi perché incollati ai propri smartphone touchscreen. Una vera a propria dipendenza dalle nuove tecnologie che per la prima volta si fa costante all’interno di una narrazione cinematografica andando quasi a scalzare altre “debolezze” come alcol, droga e pornografia. Elementi comunque presenti in una storia di ricatti (economici e sessuali), giochi di potere, omicidi e bugie che finisce per mettere a nudo le contraddizioni proprie della nostra società, ma in modo inconsueto. Nel senso che qui non ci sono buonismi né filtri, per un risultato che ci fa percepire la totale indipendenza del processo creativo da qualsiasi regola della macchina produttiva hollywoodiana. Ciò non vuol dire che il percorso non abbia presentato ostacoli. Sono risapute le difficoltà con le quali Schrader e Ellis hanno dovuto fare i conti, non ultimo il budget ridottissimo che li ha obbligati ad affidare le parti principali a due outsider. Ma, in fin dei conti, il valore aggiunto dell’opera, nonché lungimirante operazione pubblicitaria, è proprio rappresentato dal fatto che James Deen e Lindsay Lohan si rivelano inaspettatamente perfetti, sempre nella parte. Il primo con la sua faccia da bravo ragazzo, che accentua l’atrocità dei ricatti e degli abusi che il suo personaggio perpetra. La seconda con la sua fisicità che svela definitivamente, sul doppio piano della realtà e della finzione cinematografica, come divismo e popolarità (amplificati a dismisura da internet e social network) abbiano definitivamente sostituito qualsiasi oggettivo valore culturale, etico ed estetico. 

Voto: 7,5 su 10 

(Film visionato il 16 novembre 2013)



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4 commenti:

Stefano ha detto...

Come al solito non ti fai risucchiare dal "gregge". A Venezia questo film è stato fischiato e schernito. Ora, alla sua uscita, sta subendo un secondo massacro in rete e sulle riviste. Difficile trovare qualcuno che vada controcorrente, anche perchè quello che dici E' in quelle immagini, ma la maggior parte della gente non vede che oltre la prevedibilità della storia, la sciattezza di regia e di interpretazione (tutto vero, tra parentesi), c'è un'Idea che adesso ci fa ridere ma che tra qualche anno sarà terribilmente seria. Questa Idea, comunque, per me non è sufficiente a farne un gran film, perchè anche il "gregge" su qualcosa ha ragione: è approssimativo, sbrigativo, "fatto male". E, idea buona o no, il risultato finale è quello che conta. Per me, almeno.

A.V. ha detto...

Sono molto contento di non far parte del "gregge" soprattutto in occasione della valutazione di questo film. Tu dici "approssimativo, sbrigativo, fatto male". E ti capisco, perché le tue recensioni mi hanno già fatto capire il tuo profondo livello d'analisi e sempre sono stato d'accordo. Questa volta però dico che non si può non vedere come per i due autori questo sia stato un divertissement, un modo per vedere cosa si poteva fare con un budget esiguo e una sceneggiatura scritta da uno scrittore e girata da uno sceneggiatore. Continuo a ripetere che non si poteva fare comunque un grande film partendo da questi presupposti (di certo i due non hanno più vent'anni e non sentono più l'esigenza di fare il film della vita per "sfondare"). Pertanto non mi sento di condividere tutti quei commenti che sparano a zero su questo film senza ammettere che comunque è più interessante della gran parte delle opere prodotte in questo periodo. Sia per genesi che per espedienti narrativi (le immagini dei cinema abbandonati su tutte) e contenuti (profetici, come dici anche tu).

Anonimo ha detto...

recensione molto interessante anche perché, come già sottolineato, molto controcorrente. Credo che tanti (troppi?) siano stati con il fucile spianato durante la visione, pronti a sparare a zero contro due autori, ellis e schrader, dalle credenziali indiscutibili. Spesso purtroppo va cosi. e cmq, lati sperimentali e azzardi a parte, credo sia un film profetico e cult nella sua più intima essenza, un twist inaspettato che non ha avuto la giustizia che meritava, almeno secondo me

A.V. ha detto...

Ah, anonimo, esci allo scoperto! Rivelami la tua vera identità! Un commento così non solo mi lusinga, ma dimostra che qualcuno oltre a me ha capito l'essenza del film rendendo così giustizia ad un'opera e due autori di culto!

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