lunedì 23 dicembre 2013

Blue Jasmine di W. Allen. Recensione


Blue Jasmine 
di Woody Allen 
con Cate Blanchett, Joy Carlin, Richard Conti, Glen Caspillo 
Drammatico, 98 min., USA, 2013 

Per critica e pubblico Woody Allen è tornato con questo film ai suoi livelli d’eccellenza. Non mi sento di affermare il contrario, ma certamente di ridimensionare certe voci che hanno gridato al capolavoro. C’è chi ha osannato la recitazione della Blanchett, chi ha lodato le capacità di scrittura di Allen, chi ha visto nel film una spietata e costruttiva critica alla società contemporanea e chi, infine, ha riconosciuto nel film qualità che lo farebbero diventare il migliore della stagione. Non esageriamo. 

Non ci troviamo di fronte né all’Allen più in forma né ad un film dalla dirompenza che possa imporlo come una delle migliori pellicole degli ultimi tempi. L’idea di fondo è certamente buona, ma sicuramente troppo inflazionata e appesantita da “colpi di scena” che ci sembrano più concepiti per ingraziarsi il pubblico che per far fare un salto di qualità alla storia. Come se non bastasse numerosi sono i cliché usati ed abusati e perciò poco interessanti: la donna che vuole vivere a tutti i costi al di sopra delle proprie possibilità (economiche e culturali) e che non si rassegna al fatto di aver perduto tutto per colpa di un marito truffatore; il marito truffatore e quindi fedifrago impenitente (conseguenza fin troppo banale); il figlio che dopo aver scoperto i misfatti del padre decide di cambiare radicalmente vita, dopo un inevitabile periodo di sbandamento; la sorella sfigata che ha un compagno sfigato e che quando trova l’uomo che le potrebbe assicurare uno stile di vita migliore tradisce il compagno sfigato ma poi prende una fregatura e si accorge che il vero amore era quello del compagno sfigato e allora torna sui suoi passi. 

Nulla ci spiazza in questo film che restituisce un Allen effettivamente più vivo, ma non abbastanza caustico e profondo. In poche parole, ci sorbiamo una storiella prevedibile, quasi superficiale, all’insegna del già visto e della misoginia. Oscar alla Blanchett quasi assicurato se si pensa che le interpretazioni di pazzi ed esauriti piacciono sempre molto a pubblico e addetti ai lavori. 

Voto: 7 su 10 

(Film visionato il 17 dicembre 2013)



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domenica 15 dicembre 2013

La cultura (non) paga: il Governo Letta offre lavoro a 500 giovani per 5000 euro (in un anno e lordi)


Si fa finalmente sentire uno dei più attesi effetti del Decreto Valore Cultura, approvato lo scorso agosto dal Consiglio dei Ministri come risposta alla crisi culturale di un Paese che sul suo patrimonio storico-artistico ha costruito la propria identità.
Il provvedimento prevede una serie di importanti interventi finalizzati, nel complesso, al rilancio di un'idea di Cultura intesa non più come bene dato e scontato, ma come valore aggiunto in grado di creare lavoro e attrarre investimenti, oltre che turisti. Grande attenzione viene riservata quindi al recupero di Pompei, alla tutela di fondazioni culturali e lirico-sinfoniche, alla valorizzazione del cinema e dei siti museali e artistici che ospitano i più grandi tesori della Storia e della Cultura italiana.

Ma soprattutto, al grido di "Diamo lavoro a 500 giovani per la cultura!", il Governo Letta si è impegnato a creare opportunità professionali per 500 giovani da impiegare in un progetto di catalogazione e digitalizzazione del patrimonio culturale del Paese. Iniziativa lodevole, questa, che avrebbe dato una prospettiva a quella miriade di laureati, specializzati e operatori culturali che, dopo avere investito tutto sulla loro formazione umanistica, si ritrovano irrimediabilmente disoccupati o, nella migliore delle ipotesi, precari. 
Ora che è stato pubblicato il bando con scadenza al 21 gennaio, si cominciano però ad avvertire i limiti (mi si passi l'eufemismo) di questa manovra.

Innanzitutto i requisiti estremamente stringenti per partecipare alla selezione: i candidati che presentano la domanda non devono avere più di 35 anni alla data di pubblicazione del decreto (9 agosto 2013), devono essere in possesso di una laurea in ambito umanistico conseguita con votazione minima di 110/110 (o, in alternativa, un diploma di archivistica con votazione minima di 150/150) e devono avere una conoscenza molto buona della lingua inglese, comprovata da certificazione di livello almeno B2.
Si cercano dunque giovani altamente qualificati, con titoli universitari elevati e certificati di eccellenza, con alle spalle possibilmente esperienze di stage, master e corsi formativi post laurea (questi permetteranno di ottenere punti extra nella graduatoria finale).
Fin qui nulla di strano: visto il gran numero di persone laureate, è evidente la volontà di effettuare un prescreening sulla base di requisiti oggettivi, restringendo il cerchio ad un gruppo di pochi "virtuosi" che parteciperanno al concorso vero e proprio.
Meritocrazia prima di tutto, sembra.

Il fatto discutibile è che se da un lato si cerca l'eccellenza, dall'altro questa stessa eccellenza non viene affatto valorizzata.
Nel bando si legge infatti che il programma formativo non dà luogo in alcun modo alla "costituzione di un rapporto di lavoro"; tuttavia i candidati prescelti di fatto lavoreranno ben 12 mesi per 30/35 ore alla settimana, dietro un compenso di 5000 euro, lordi e annuali. Che, con un semplice calcolo, fa 3 euro all'ora
Il tutto senza ferie, rimborsi, nè buoni pasto.
Guai a chiamarlo "stipendio" però: si tratta di un programma di formazione e quindi i 5000 euro lordi annuali corrispondono ad un'indennità di partecipazione, che verrà oltretutto decurtata nel caso di assenze non giustificate.
Inoltre, concluso questo progetto annuale, i "giovani" in questione (tipico solo dell'Italia appellare giovani anche persone con 35 anni suonati) saranno di nuovo al punto di partenza, cioè a casa, dato che il bando precisa che "il rilascio dell'attestato (rilasciato al termine dell'attività formativa) non comporta nessun obbligo di assunzione da parte del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo". Fallito quindi anche l'obiettivo dichiarato di combattere la disoccupazione creando nuovi posti di lavoro nel settore culturale.

Inutile dire che anche questa volta il Governo italiano ha perso una buona occasione per cambiare davvero le cose, per valorizzare davvero una categoria bistrattata che dovrebbe invece essere posta a guida del Paese, puntando su un intervento di facciata che mortifica e svilisce ulteriormente i giovani.
Intanto la polemica dilaga, su Internet e non solo.

#500schiavi on Facebook

AGGIORNAMENTO

In seguito alle polemiche e alla redazione di questo articolo del Fatto Quotidiano, nella serata di lunedì 16 dicembre il Ministero dei beni culturali ha pubblicato un decreto che modifica il bando.
Principali novità:
  - abbassato il voto minimo richiesto: si passa da 110/110 a 100/110 (e da 150/150 a 135/150 per i diplomati in archivistica)
  - annullata la richiesta della conoscenza dell'inglese a livello almeno B2
  - fissato a 600 ore annue l'impegno dei partecipanti, con conseguente corresponsione di 3,50 euro l'ora.

Come dire, cambia la forma ma non la sostanza.



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mercoledì 11 dicembre 2013

Philomena di S. Frears. Recensione


Philomena 
di Stephen Frears 
con Judi Dench, Steve Coogan, Sophie Kennedy Clark, Anna Maxwell Martin 
Drammatico, 98 min., Gran Bretagna, USA, 2014 

Martin Sixsmith (Coogan), ex giornalista silurato dall’establishment di Blaire, vive una crisi professionale che sembra non avere fine. Ma, ad un party, un amico lo fa incontrare con la direttrice di un tabloid e la Vita lo mette in contatto con Philomena, anziana signora che convive con i demoni di un figlio strappatole dalle suore in giovane età e dato in adozione. L’equazione è presto fatta: Martin seguirà Philomena nella ricerca del figlio per scrivere un articolo che potrebbe riabilitarlo professionalmente. 

Steve Coogan e Jeff Pope, gli sceneggiatori, sono partiti da fatti realmente accaduti per dare vita ad una storia avvincente, profonda, coinvolgente. Storia impreziosita da due principali fattori: la regia asciutta e puntuale di Stephen Frears e la magistrale interpretazione di Judi Dench. È soprattutto grazie alla controllata maestria di questi due artisti che il portato della sceneggiatura viene amplificato a tal punto che possiamo dire di trovarci di fronte ad un’opera accessibile e, quel che è più importante, pregna di significati. C’è una riflessione profonda sulla religione: il fatto di credere nonostante le avversità che la vita riserva e l’importanza dell’agire nella fede; il ruolo dei religiosi e quello dei fedeli. C’è anche una grande riflessione sull’imperscrutabilità e la necessaria accettazione di certi momenti bui della Vita, sul rispetto e le differenze sociali nella società di ieri e di oggi. Talvolta si rimane un po’ spiazzati dalla velocità con la quale sono stati sviluppati certi passaggi del film, soprattutto i momenti di raccordo, ma la qualità di scrittura è talmente buona che tutto scorre senza intoppi, per un risultato finale che ormai difficilmente si vede sul grande schermo

Voto: 8 1/2 su 10 

(Film visionato il 10 dicembre 2013)



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martedì 10 dicembre 2013

Jobs, film di Joshua Michael Stern. Con Ashton Kutcher, Dermot Mulroney, Josh Gad, Lukas Haas. Biografico, durata 128 min. - USA 2013


Avevo bisogno di vederlo.
Nonostante dentro di me avessi una previsione già abbastanza chiara su ciò che aveva da offrirmi, ho comunque voluto verificare di persona la sua capacità di informarmi, intrattenermi ed acculturarmi.
L'effetto è stato lo stesso di quando provai il modello iMac della Apple alla fiera SMAU dell'ormai lontano 1998.
Poco più che niente.

La biografia mercatale di Steve Jobs viene presentata partendo dal 2001, anno in cui durante una riunione unificata della Apple presenta il primo modello di iPod decantandone le straordinarie abilità socio-futuristiche in termini di consumo e quindi di indiretto miglioramento del tenore di vita.
L’effetto flashback creato dalla scena ci riporta alla tarda adolescenza dell’imprenditore, mostrando al pubblico un normale ragazzo con un potenziale, seppur ancora immaturo, talento di headhunter e di investitore/procacciatore di affari informatici promettenti.
Già dalle prime battute ci si rende conto di quanto a questo film serva uno spettatore particolarmente distratto o particolarmente sprovveduto perché non intuisca il fatto che molti particolari di contorno della storia (prima fra tutte la sorta di visione che l’adolescente Jobs ha dopo essersi fumato una canna in compagnia) servono meramente a diluire la stessa apportandole ben poco interesse aggiuntivo.

Vengono al contrario trascurate situazioni di rilievo storico (almeno per la storia economica della Silicon Valley) quali le conseguenze commerciali della scelta di Apple di mettere in vendita il Macintosh ad un prezzo non molto accessibile alle tasche del cittadino americano medio di allora, o di rendere il suo sistema operativo di fatto solo sul computer stesso.
Se la decennale “fuoriuscita” di Jobs in seguito a questi eventi viene descritta oltremodo melodrammaticamente, ben poco spazio é dedicato alle perdite finanziarie che a quanto ci risulta, hanno caratterizzato l’azienda californiana fino a non tanti anni fa.
Viene inoltre tralasciata la liceità delle somiglianze tra i sistemi operativi Apple e Microsoft: episodio che viene ricordato dalla storia dell’informatica come qualcosa di più esteso delle scenate di Jobs nei confronti di Gates.
Lo stesso spettatore è bene infine che sia anche un ignorante dalla memoria corta.
Tale almeno da dimenticare l’intensa campagna mediatica innescata contestualmente alla morte dell’imprenditore informatico e sulla scia della quale è scaturita una serie di prodotti tra i quali il film stesso.

Ne rimane un film-mausoleo tutto sommato godibile ma eccessivamente superficiale e melodrammatico, a nostra opinione soprattutto incapace di mostrare il valido apporto che la figura dello Steve Jobs realmente vissuto ha saputo imprimere nelle più moderne tecniche e nei più avanzati sistemi di marketing e management aziendale.
Una cosa da nulla se si considera che da soli questi due elementi costituiscono la vera anima dell’attuale mercato nord-occidentale del pianeta…

D.M.


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domenica 8 dicembre 2013

Venere in pelliccia di R. Polanski. Recensione


Venere in pelliccia 
di Roman Polanski 
con Emmanuelle Seigner, Mathieu Amalric 
Drammatico, 96 min., Francia, Polonia, 2013 

L’esperienza si vede quando si fa tanto con poco. Come quando con poche pennellate Picasso dava vita alle sue opere. Come quando con pochi dialoghi e scarne descrizioni Carver scriveva uno dei suoi racconti. Come quando Robert Bresson con qualche sguardo ed esili trame partoriva i suoi capolavori. Rispetto a questi artisti, Polanski procede per altre forme di semplificazione e quello che ne esce rimane comunque Cinema, del più bello e coinvolgente. Egli opera per sottrazione: in Carnage erano quattro personaggi in un appartamento; in Venere in pelliccia sono due persone in un teatro. Troppo poco? No, il giusto. 

Anche in quest’ultima opera la base di partenza è una riuscitissima pièce teatrale, non così originale e dirompente come quella del film precedente ma sicuramente raffinata e culturalmente pregna. Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, non siamo di fronte né ad un film minimalista né ad una semplice trasposizione dell’opera più conosciuta di Sacher-Masoch, bensì a un’intelligente rielaborazione di quest’ultima che mette al centro della riflessione il rapporto tra uomo e donna, nel presente e nel passato. Ottime le interpretazioni di Amalric e Seigner, anche se la seconda non risulta sempre nella parte a causa della sua fisicità sì da Venere ma un po’ attempata e artefatta. 

Versione italiana “rovinata” dal doppiaggio. 

Voto: 8 1/2 su 10 

(Film visionato il 31 novembre 2013)



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martedì 3 dicembre 2013

Il passato di A. Farhadi. Recensione


Il passato 
di Asghar Farhadi 
con Bérénice Bejo, Tahar Rahim, Ali Mosaffa, Pauline Burlet 
Drammatico, 130 min., Francia, 2013 

Ahmad (Mosaffa) torna dall’Iran a Parigi richiamato dall’ex moglie Marie (Bejo) che vuole formalizzare il divorzio. Marie non ha prenotato una camera d’albergo per l’ex marito, che è dunque costretto a vivere per qualche giorno sotto lo stesso tetto dell’ex moglie e del nuovo compagno, tra figli acquisiti e avuti da precedenti matrimoni. Il soggiorno evidenzierà una situazione tesa, ingarbugliata, dove i rapporti tra i personaggi risultano fondamentali per lo svolgimento della trama. 

Farhadi si conferma un equilibrista della parola. La sua qualità di scrittura, a livello di dialoghi e di costruzione d’intreccio, riesce a riprodurre i meccanismi più complicati della vita in società mettendo i personaggi sempre di fronte ad un futuro che non conoscono e non conosciamo ma che siamo certi riserverà sorprese. Era ciò che accadeva in Una separazione, dove la narrazione di una vicenda famigliare dava vita a sviluppi inaspettati come nella migliore tradizione dei thriller psicologici, ed è ciò che accade nel Passato. Ma in quest’ultima prova manca parte di quello che avevamo visto nel capitolo precedente. Là c’era quella sensazione di “sazietà” che solo i film completi sanno dare. Si partiva dalle vicissitudini di un marito e di una moglie per arrivare a quelle di una famiglia e approfondire i ruoli dei genitori, dei figli, dei secondi in relazione ai primi e viceversa. In più c’era la storia tangente di un’altra famiglia, scaturigine del grande colpo di scena. Il tutto in un contesto social-politico-religioso particolare: quello iraniano. 

Con il Passato cambia l’ambientazione ma non il punto di partenza e l’idea di fondo. Siamo sempre nella contemporaneità, ma a Parigi. Anche qui si comincia dal rapporto tra due ex coniugi per poi allargare il cono visuale ai parenti che gravitano loro intorno.  Qui però ci accorgiamo troppo presto che anche in questo caso ci sarà un colpo di scena e già sappiamo quali saranno le reazioni dei personaggi, non così definiti come nell’opera precedente. Certo, i torti tra questi ultimi sono egregiamente distribuiti  e ogni dialogo è assolutamente coerente con il titolo. Ma ci si mette un finale fin troppo retorico a convincerci che il nostro ultimo giudizio deve essere un po’ ridimensionato. 

Voto: 8 su 10 

(Film visionato il 23 novembre 2013)





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venerdì 29 novembre 2013

Il Vangelo secondo Gesù Cristo di José Saramago

Raramente ci è stato possibile conoscere un libro più avversato dal Clero Cattolico del Vangelo Secondo Gesù Cristo di Saramago.
Che la cosa sia stata o meno voluta dall’autore, il principale tra gli organi di stampa Vaticana finì col cadere nella moderna judo strategy mediatica dove il Golia di turno si definisce da solo per le accuse che pronuncia. Nei giorni immediatamente successivi la morte di Saramago, verificatasi il 18/06/2010 a 19 anni dalla prima pubblicazione dell’opera (avvenuta nel 1991), il quotidiano l’Osservatore Romano attaccò l’ateismo di entrambi: il primo perché accusato di non aver saputo dimostrare alcuna “ammissione metafisica”, la seconda perché in un articolo precedente essa leggeva una “sfida alla memoria del cristianesimo di cui non si sa cosa salvare”.
Prendendo a riferimento il punto di vista di Gesù stesso e prima ancora quello della sua famiglia, il testo racconta la sua vita a partire dal giorno del suo concepimento naturale. Perché Gesù possa vivere, Giuseppe decide di nasconderlo ai soldati romani preferendo sacrificare tutti gli altri primogeniti di Betlemme e non avvertendo per tempo le loro rispettive famiglie dell’eccidio sentenziato da Erode.
Il peccato originale ereditato dal padre diverrà il tormento più oppressivo della sua intera esistenza. Lo stesso fungerà però ben presto anche da molla per le riflessioni interiori del protagonista.
Queste lo porteranno prima del tempo all’età adulta ed infine all’accettazione rassegnata della sua condizione di veicolo, più che di creazione senziente, del volere divino.
I personaggi, le situazioni, le emozioni, i sentimenti ed i ragionamenti sono quanto di più umano si possa immaginare, sia che attengano alle questioni della quotidianità terrena (la famiglia, la socialità, il lavoro, l’oppressione militare ed i ruoli che sviluppano) che quelle più alte della celestialità escatologica (prima fra tutte la devozione ed i modi per pubblicizzarla).
Vengono tutti rappresentati cioè con i timori, le debolezze e le bassezze che ordinariamente accompagnano l’esistenza di ognuno, sottraendo a ciascun personaggio quella mitica straordinarietà che invece qualsiasi racconto religioso ha sempre cercato di fomentare.
Il testo ed i suoi contenuti sono presentati con uno stile fitto, continuo, che non va mai a capo ed usa meno punteggiatura possibile, a simbolo delle stesse caratteristiche salienti della vita di ciascuno: i momenti si susseguono ciclicamente, solo la loro addizione porta al significato dell’esistenza.
Finanche alla religione è sottratta la fantasmagoria escatologica che normalmente l’accompagna, assumendo piuttosto tutti i connotati di schema politico e culturale per influenzare e tenere a freno le necessità e soprattutto le pretese esprimibili dagli uomini. 
Dio non è più un’entità così misericordiosa ma piuttosto un’entità calcolatrice e dipendente dalla fede, in assenza della quale egli ammette che si estinguerebbe.
Egli stesso rivela a suo figlio che per questo ha in programma di sacrificare non un solo uomo, ma centinaia di migliaia di vite, lasciando che queste si uccidano e si perseguitino tra loro per imporre il suo nome. Questa, come le moltissime altre licenze evangeliche di cui il testo è disseminato, non ne minano il significato, previa accettazione critica dello stesso.         
La pacatezza del senso di rassegnazione espresso dai personaggi diviene man mano talmente vivida da risultare quasi angosciante, tale da rendere il racconto indirizzato a tutti ma adatto a pochi: a chi è disposto a perdonare chi gli sta sopra “perché non sa quello che sta facendo”. 

D.M.
 


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lunedì 18 novembre 2013

The Canyons di P. Schrader. Recensione



The Canyons 
di Paul Schrader 
con Lindsay Lohan, James Deen, Nolan Gerard Funk, Tenille Houston 
Thriller, 99 min., USA, 2013 

Prima di cominciare con l’analisi del film è bene ricordare una cosa: il film è stato realizzato con soli 250mila dollari. Non 25milioni (costo di un film hollywoodiano di fascia medio-bassa). Solo una combinazione di talento e spregiudicatezza può sopperire a una tale mancanza di risorse. 

Diretto da Paul Schrader e sceneggiato da Bret Easton Ellis (i nomi dicono tutto, chi non li conosce si informi), il film è un ritratto cinico e spietato della società contemporanea. Per essere più precisi, The Canyons è un documento socio-antropoligico dalle connotazioni catartiche (secondo l’accezione aristotelica applicata alla tragedia greca). La narrazione è acida e iperrealistica, i personaggi incarnano il “lato oscuro” della società che tendiamo ad escludere dal nostro cono ottico benché sia ben vivo e presente, forse più della sua controparte sana. I luoghi (le immagini dei cinema abbandonati, gli interni freddi, i campi lunghissimi con le ville solitarie delle colline di Hollywood) accentuano il senso di isolamento di una vita che è sempre più connessa virtualmente a quella degli altri ma mai così distante. Non è un caso che i personaggi le cui vicissitudini innervano la pellicola ci vengono presentati attorno ad un tavolo in un locale dove vengono serviti cocktail tutti uguali mentre comunicano tra loro a monosillabi perché incollati ai propri smartphone touchscreen. Una vera a propria dipendenza dalle nuove tecnologie che per la prima volta si fa costante all’interno di una narrazione cinematografica andando quasi a scalzare altre “debolezze” come alcol, droga e pornografia. Elementi comunque presenti in una storia di ricatti (economici e sessuali), giochi di potere, omicidi e bugie che finisce per mettere a nudo le contraddizioni proprie della nostra società, ma in modo inconsueto. Nel senso che qui non ci sono buonismi né filtri, per un risultato che ci fa percepire la totale indipendenza del processo creativo da qualsiasi regola della macchina produttiva hollywoodiana. Ciò non vuol dire che il percorso non abbia presentato ostacoli. Sono risapute le difficoltà con le quali Schrader e Ellis hanno dovuto fare i conti, non ultimo il budget ridottissimo che li ha obbligati ad affidare le parti principali a due outsider. Ma, in fin dei conti, il valore aggiunto dell’opera, nonché lungimirante operazione pubblicitaria, è proprio rappresentato dal fatto che James Deen e Lindsay Lohan si rivelano inaspettatamente perfetti, sempre nella parte. Il primo con la sua faccia da bravo ragazzo, che accentua l’atrocità dei ricatti e degli abusi che il suo personaggio perpetra. La seconda con la sua fisicità che svela definitivamente, sul doppio piano della realtà e della finzione cinematografica, come divismo e popolarità (amplificati a dismisura da internet e social network) abbiano definitivamente sostituito qualsiasi oggettivo valore culturale, etico ed estetico. 

Voto: 7,5 su 10 

(Film visionato il 16 novembre 2013)



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sabato 2 novembre 2013

La vita di Adele di A. Kechiche. Recensione


La vita di Adele 
di Abdel Kechiche 
con Léa Seydoux, Adèle Exarchopoulos, Jeremie Laheurte, Catherine Salée 
Drammatico, 179 min., Francia, 2013 

La protagonista è lei, Adele (Adèle Exarchopoulos). La telecamera è fissa sul suo volto, sul suo corpo. Già dalle prime inquadrature l’attenzione si concentra sulla bocca, sulle labbra aperte e carnose, i denti perfetti e imperfetti allo stesso tempo (bianchi candidi ma con gli incisivi un po’ pronunciati), gli zigomi rotondi e lisci, gli occhi nocciola. Kechiche si sofferma poi sul suo corpo liscio, sodo, giovane. La narrazione diventa quindi un tutt’uno con il personaggio. Importa solo cosa Adele fa, dove va, cosa prova. Lesbica? Bisessuale? Una ragazza insicura e disorientata? Chi è la protagonista? Non lo sappiamo. Ma non è una resa. È proprio l’incessante ricerca della sua essenza che continua a scavarci dentro

Certo, il prezzo che dobbiamo pagare è alto. Dobbiamo sopportare una trama scontata, qualche imprecisione narrativa di troppo, scene di sesso spinte sin quasi al ridicolo, scelte registiche alquanto discutibili: situazioni e personaggi inverosimili (soprattutto nel finale), il pube depilato che rende Adele ancora più “bambina”, il continuo indugiare del regista sulla bocca schiusa, le gambe aperte ed il sedere mentre dorme a pancia in giù. Kechiche sa come sfruttare a vantaggio suo e della sua opera i meccanismi del “morboso”: il voyeurismo delle scene di sesso, il processo d’identificazione con il personaggio e il suo grande portato di ambiguità (siamo veramente sicuri che si tratti di una storia lesbica?). È grazie a questo che il regista salva il film. Perché Adele tocca vette di bellezza che solo le donne dei dipinti di Francois Boucher erano riuscite ad incarnare

Voto: 8 su 10 

(Film visionato il 30 ottobre 2013)



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sabato 19 ottobre 2013

Mirabile affresco del Midwest americano, il romanzo di Franzen ritrae i fallimenti dello sforzo educativo teso a correggere le deviazioni dalla “regola” rigida e tradizionalista del Dopoguerra.
Emblema di questa inadeguatezza sono gli anziani coniugi Lambert, Enid e Alfred, alle prese con la malattia di quest’ultimo e con le delusioni di un’esistenza agli sgoccioli, incapaci di approvare le scelte dei loro tre figli ormai adulti, trasferitisi sulla costa per sfuggire alle pressioni di una famiglia troppo ingombrante.
Ognuno di loro, nonostante un lavoro prestigioso e una vita esteriormente gratificante, è irrimediabilmente condannato all’infelicità: Gary, dirigente di banca, vittima di una depressione strisciante e di una moglie immatura; Chip, che perde il posto di professore universitario per avere avuto rapporti sessuali con una studentessa; Desirèe, chef di successo, che dopo il divorzio dal suo capo intreccia una discutibile relazione con un uomo sposato e poi con la moglie di questo.

Di fatto, ognuno dei protagonisti avrebbe tutte le carte in regola per aspirare ad un briciolo di felicità o, perlomeno, di appagamento, ma le loro esistenze sono talmente confuse e ricche di orpelli, talmente basate sull'apparenza e l’esteriorità, che non possono fare altro che andare avanti per inerzia.
personaggi di Franzen, insomma, sono i perfetti prototipi della degenerazione della cultura occidentale: uomini e donne della media borghesia, senza particolari problemi ma depressi e insoddisfatti, che trovano negli psicofarmaci e nelle droghe un caldo rifugio e sono circondati da persone che non fanno altro che mettere in luce le loro mancanze e debolezze.
L'autore americano è davvero abile nel tratteggiare i propri caratteri, umanizzandoli e ritraendoli ognuno con qualità peculiari e individuali.
Il personaggio a mio avviso più interessante è senza dubbio Chip, intellettuale di 39 anni ossessionato dal sesso, animato da velleità sovversive e anticonformiste, ormai troppo vecchio e patetico per gli abiti di pelle che indossa.
Nonostante le nobili intenzioni, è una caricatura di se stesso, ancora dedito alla vana ricerca di approvazione da parte dei genitori, segretamente giudicati responsabili per l’uomo che è diventato.
Il suo vero problema, infatti, è la mancanza di autostima, acuita non solo dai rapporti famigliari, ma anche dall’indifferenza dei propri studenti ai temi di critica sociale che egli potentemente veicola durante le sue lezioni universitarie e che rimangono sostanzialmente inascoltati: «Tutti quei critici che si danno tanta pena per lo stato della critica. Nessuno che sappia dire di preciso che cosa non va. […] E chi crede di essere libero non è “davvero” libero. E chi crede di essere felice non è “davvero” felice».
Quasi come una forma di protesta contro il declino della società occidentale, Chip si fa sedurre dalla giovane e avvenente Melissa, la studentessa che meno si mostrava interessata alle sue lezioni, testimoniando suo malgrado che il sesso è sicuramente uno dei due motori della società americana, ovvio compendio al secondo motore, costituito dai soldi.
Contro questa certezza si era dovuto scontrare a sue spese lo stesso Chip, il quale «sino a poco tempo prima […] credeva che in America si potesse avere successo senza guadagnare un sacco di soldi».

Puntuale contraltare alle velleitarie aspirazioni del figlio, è la madre Enid, il cui mondo è a tal punto un «miracolo di perbenismo» che è in grado di emozionarsi per un’enorme piramide di gamberetti veduta al matrimonio dei ricchi vicini di casa e addirittura si sente offesa quando, durante una crociera autunnale a lungo sognata, il marito Alfred spezza l’atmosfera di eleganza cadendo involontariamente in mare.
In sostanza Enid non riesce a comprendere i bisogni emotivi degli altri, forgiando nella sua mente i figli e il marito ad immagine e somiglianza di quanto ella si è prefissata a tavolino: «i suoi figli non erano intonati all’ambiente. Non volevano le stesse cose che volevano lei e tutti i suoi amici e tutti i loro figli».


Franzen riesce a trasmetterci con grande efficacia e in modo assolutamente credibile i pensieri e le emozioni dei personaggi, strutturando una tecnica narrativa che tornerà anche nel successivo Libertà, caratterizzata dal ricorso a continui flashback funzionali ad ambientare solo una parte del racconto nel tempo presente, quando l’azione descritta si è ormai già svolta.
Ne deriva un potente senso di irrimediabilità che avvolge l’intero romanzo e che in forma maggiore di quanto accadrà in Libertà, qui si colora di tinte più tragiche e claustrofobiche, nella visione di un passato ormai irrecuperabile.

Jonathan Franzen, Le Correzioni, Torino, Einaudi, 2005.


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lunedì 14 ottobre 2013

Anni felici di D. Luchetti. Recensione


Anni felici 
di Daniele Luchetti 
con Kim Rossi Stuart, Micaela Ramazzotti, Martina Gedeck, Samuel Garofalo 
Drammatico, 100 min., Italia, 2013 

Guido e Serena hanno due figli e vivono nella Roma degli anni Settanta. Lui è un aspirante artista che cerca di emergere più coi modi da maudit che attraverso le proprie capacità, lei una casalinga che crede ciecamente nel marito e si annulla pur di non perderlo. La relaziona comincia ad avere degli alti e bassi sempre più frequenti quando lui non riesce a sfondare e lei realizza di non avere una propria personalità. La situazione precipita quando Serena si allontana dal marito fedifrago e ormai fallito, con figli al seguito, per un soggiorno in un campo femminista dove ha una relazione con la gallerista del compagno. Al suo ritorno la coppia si sfalda e Guido vive una fase di depressione che riuscirà ad incanalare in una spinta creativa che lo riscatterà agli occhi dei critici. Qui il film poteva finire e invece, attraverso le reazioni dei figli, Luchetti rimarca il fatto che erano “anni felici ma che nessuno se ne era accorto”. 

La voce fuori campo di Dario, il figlio maggiore ormai adulto, introduce gli eventi e ci spinge ad immedesimarci in lui, a pensare che quello che stiamo per vedere è il ricordo della sua infanzia. Effettivamente l’intento dichiarato del regista era quello di dare vita ad un opera sì romanzata ma dall’impianto autobiografico. E invece ciò che ne esce non è la ricostruzione di una situazione famigliare dalla prospettiva di un bambino, quanto una sorta di Scene da un matrimonio “all’italiana” che si concentra ora sulle reazioni della moglie, ora su quelle del marito, ora su quelle dei figli. Questa continua indecisione prospettica (che svuota di pathos la scena più importante del film), unitamente alla poca distanza del regista dagli eventi narrati, alla mancanza di soluzioni registiche degne di nota e all’assenza di una storia sulla famiglia veramente capace di appassionare e di dire qualcosa di più rispetto a quello che già è stato detto (non basta l’escamotage di una storia lesbica per attualizzare e rendere accattivante la narrazione) sono elementi che non permettono al film di decollare, nonostante l’eccellente recitazione di Rossi Stuart e della Ramazzotti e l’ottima ricostruzione dei costumi e degli interni (tuttavia si nota la tendenza a chiudere le inquadrature, soprattutto negli esterni, per evitare di riprendere elementi architettonici contemporanei). Un film dunque poco a fuoco, come le opere del padre Guido: troppo accademiche per “rapire” l’attenzione degli spettatori, troppo convenzionali per risultare memorabili. 

Voto: 6 su 10 

(Film visionato l’11 ottobre 2013)



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venerdì 11 ottobre 2013

La Passeggiata di Robert Walser

Inno alla leggerezza e alla bellezza della vita, questo breve racconto incarna perfettamente la poetica di Robert Walser, racchiusa nella contemplazione delle piccole cose che, passo dopo passo, si affacciano sulla strada dell’esistenza umana.
Tutto diventa possibile per chi intraprende un viaggio senza progettare un itinerario né fissare una meta alle proprie peregrinazioni: la natura si anima sotto il suo sguardo incantato, la quotidianità scivola lentamente sul piano della fantasia, ogni oggetto perde il suo alone di prosaico grigiore per trasformarsi in un miracolo inaspettato, tanto sorprendente da fare dubitare persino della sua stessa esistenza.

Ad ogni passo un nuovo mondo si dischiude sotto il piede del poeta camminatore che, come un bambino, è capace di imbattersi in spaventosi giganti, incontrare professori, conversare amabilmente con cantanti e attrici famose, ingaggiarsi in cortesi ma taglienti tenzoni con sarti perfidi e ironici.

E se il lettore potrebbe non credere a ciò che gli viene raccontato, in un universo dominato dalle leggi dell’individualità, dove le percezioni appaiono più concrete della realtà esterna, i sensi diventano l’unica guida e il solo punto di riferimento:  «la terra si faceva sogno, io stesso ero divenuto interiorità e procedevo come dentro di essa. Ogni forma esteriore si dissolse, il finora compreso divenne incomprensibile».

Colui che passeggia è colto da ogni sorta di pensieri e di idee così che, ben presto, tra l’incanto e lo stupore, comincia a farsi strada una sensazione di malinconia e sottile inquietudine, che lo conduce al dubbio che le meraviglie godute sino a quel momento non siano altro che fiori da deporre sulla sua tomba al termine del cammino e, fuor di metafora, della vita stessa.
È su questo pensiero e, insieme, sulla consapevolezza dell’insolubile intreccio tra felicità ed infelicità dell’uomo, che calano le tenebre e si chiude il racconto.

La Passeggiata diventa così emblema della scrittura nomade ed erratica di Walser, solerte passeggiatore, dell’approccio alla vita velato di nostalgico romanticismo tipico di uno scrittore che ha condotto un’esistenza difficile e tormentata, punteggiata di difficoltà economiche e crisi allucinatorie e che solo dopo la morte è stato ammesso tra i massimi autori di lingua tedesca del Novecento e posto sullo stesso piano di autori come Kafka, Musil e Rilke.

Robert Walser, La Passeggiata, traduzione di Emilio Castellani, Milano, Adelphi, 1976.



vedi anche: Carl Seelig, Passeggiate con Robert Walser, Milano, Adelphi, 1981.


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venerdì 4 ottobre 2013

Sacro GRA di G. Rosi. Recensione


Sacro GRA 
di Gianfranco Rosi 
Documentario, 93 min., Italia, 2013 

Il Grande Raccordo Anulare, ovvero la grande autostrada urbana che abbraccia Roma, e chi attorno ad esso vive ed opera sono i protagonisti di questa pellicola. C’è un nobile decaduto che vive in un monolocale con la figlia, un paramedico con una madre affetta da Alzheimer, un nobile che affitta la propria dimora a chi realizza fotoromanzi, un botanico che combatte per la sopravvivenza delle palme, un pescatore d’anguille, ragazze immagine che lavorano in un bar, transessuali, prostitute e clienti. 

Film o documentario? Realtà o finzione? Svaniscono i confini di genere in quest’opera che è stata presentata al pubblico come documentario. Ma lo è? Ammettendo che i personaggi siano reali, scovati dal regista in due anni di peregrinazioni attorno al Sacro GRA, sorge comunque un dubbio legato al modo in cui l’autore ha deciso di filmare le situazioni. Le inquadrature sono studiate nei minimi particolari, come pure la disposizione dei personaggi in scena e, talvolta, i loro dialoghi (si pensi alle riflessioni a voce alta del pescatore su un articolo di giornale incentrato, guarda caso, sulle anguille che cattura ogni giorno o alla scena strappalacrime del congedo del paramedico dalla madre malata). Sotto il punto di vista narrativo il regista decide di operare almeno tre “giri di valzer”: uno per la presentazione del GRA e di chi lo “abita”, uno per aiutarci a distinguere tra comparse e protagonisti, l’ultimo per rendere questi ultimi (i più interessanti?) indimenticabili. L’operazione ha una forza dirompente limitatamente al primo “giro”. Poi, nonostante ottime scene impreziosite da memorabili battute di qualche personaggio, diventa ridondante e si comincia ad avvertire la mancanza di una storia che eviti il calo di attenzione del già visto e del già sentito. 

È dunque necessaria una riflessione sulla decisione della giuria capitanata da Bernardo Bertolucci di premiare l’opera con il Leone d’Oro dell’ultimo Festival di Venezia. Questo perché è altamente improbabile che nella competizione non ci fosse un film di pura fiction avvincente e ben realizzato che si potesse aggiudicare il riconoscimento. Probabilmente è stata premiata la novità di un’opera che ibrida i generi, che (s)corre sul confine tra realtà e finzione valicandolo più e più volte, che ridimensiona con il suo valore artistico i video caricati in rete che si elevano a vera testimonianza della realtà. Con quest’opera Rosi ha certamente cercato di rendere epica la presenza di una periferia che esiste, che è al centro del mondo ma spesso fuori dal nostro cono ottico. Novità tecnica e contenutistica, dunque. Forse è per questo nuovo linguaggio che l’autore ha conquistato il gradino più alto del podio

Voto: 8 su 10 

(Film visionato il 2 ottobre 2013)



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lunedì 30 settembre 2013

Bling Ring di Sofia Coppola. Recensione


Bling Ring 
di Sofia Coppola 
con Katie Chang, Israel Broussard, Emma Watson, Taissa Farmiga 
Drammatico, 87 min., USA 2013 


Los Angeles. Un gruppo di ragazzi ruba abbigliamento e gioielli dalle case dei Vip per un valore di tre milioni di dollari. Vengono condannati e incarcerati. 

Il film si presenta come una “Sofia Coppola’s version” dei fatti ricostruiti da un articolo di Nancy Jo Sales pubblicato su Vanity Fair con il titolo evocativo The Suspects Wore Loboutins (I sospetti indossavano Loboutins). Un mockumentary? No. E forse è questo il problema. Perché abbiamo sulla scena una mezza dozzina di ragazzetti (ottima ancora una volta, dopo Noi siamo infinito, Emma Watson) che non conosceremo mai fino in fondo (e questo, in un film di fiction, è peccato mortale). Sapremo solo che hanno tutto e che, nonostante questo, vogliono sentirsi almeno una volta come i Vip che idolatrano. Colpa delle famiglie poco presenti? Sì. Colpa della loro condizione sociale di privilegiati viziati e annoiati? Anche. Colpa dei media che esaltano la vita “al massimo” di Vip indecenti e impenitenti? La Coppola sembra dirci anche questo e, durante la visione, emerge un intento moralistico che sinceramente speravamo di non trovare

Quel che è peggio è che, benché il film si riveli tecnicamente ineccepibile, si nota da subito che manca il ritmo, le accelerazioni, l’appeal e l’empatia per i personaggi che avevamo trovato in romanzi e pellicole ben più datate. Per questo il film ci sembra sorpassato (ben lontano dagli esiti di Spring Breakers), una sorta di lontano parente di Less Than Zero con in più Facebook ma senza quell’atmosfera “maledetta” che pervadeva il romanzo ellisiano e che anche la scarsa trasposizione di Marek Kanievska (conosciuto in Italia con il titolo di Al di là di tutti i limiti) era riuscita ad abbozzare. 

La sensazione è che il minimalismo della Coppola sia molto più adatto a sviluppare trame dai connotati esistenzialisti (v. Lost in Translation e Somewhere), meno a cimentarsi nelle rivisitazioni di fatti realmente accaduti (v. Marie Antoniette). 

Voto: 5 ½ su 10 

(Film visionato il 28 settembre 2013)



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mercoledì 25 settembre 2013

The Grandmaster di Wong Kar-wai. Recensione


The Grandmaster 
di Wong Kar-wai 
con Tony Leung, Zhang Ziyi, Cung Le 
Biografico, 123 min., Cina, Hong Kong, 2013 

La cifra stilistica di Wong Kar-wai è inconfondibile. Immagini leggermente rallentate costruiscono epiche scene di raccordo, una storia d’amore che non si risolve innerva la narrazione nobilitandola, la costruzione dell’inquadratura rasenta la perfezione. Grazie all’abilità del regista seguiamo qui la storia di Ip Man (interpretato da un bravissimo Tony Leung), primo maestro dell’arte marziale Wing Chun. Per intenderci, tra i suoi allievi figurava il giovanissimo Bruce Lee. Il film non segue però la formazione del suo più celebre allievo, quanto la vita travagliata del maestro, che fu al centro di una disputa per succedere al maestro Gong Baosen e protagonista di alterne fortune durante la guerra cino-giapponese che sconvolse il paese ad inizio Novecento. 

I giochi di luce, il turbinio controllato dei sentimenti (l’amore, la morte, la sconfitta) e l’aver scelto come coreografo dei combattimenti Yuen Wo Ping (che ricordiamo per Matrix e Kill Bill) determinano uno sviluppo della narrazione che è come una sinfonia. Similitudine avvalorata dal lirismo che il regista conferisce al cuore della propria opera ancora una volta grazie ad un brano indimenticabile. In In the Mood for Love era Yumeji’s Theme, qui è lo Stabat Mater di Stefano Lentini. La musica rimane così nella nostra mente sottolineando i movimenti perfetti dei combattimenti che sembrano quasi balletti con il loro occupare gli spazi in maniera perfetta e il loro sfruttare fino in fondo gli elementi: l’acqua che cade dal cielo, la neve che copre la terra, il legno che riempie gli edifici. Wong Kar-wai ci insegna che l’individuo è al centro dello spazio e che nelle arti marziali si fonde col tutto, perche tutto sente (è l’avvertire lo spostamento d’aria di un pugno sull’abito che ti permette di parare il colpo). Così è anche l’amore. 

Voto: 7 ½ su 10 

(Film visionato il 21 settembre 2013)



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sabato 21 settembre 2013

Rush di Ron Howard. Recensione


Rush 
di Ron Howard 
con Chris Hemsworth, Daniel Bruhl, Olivia Wilde, Pierfrancesco Favino 
Drammatico/Biografico, 123 min., USA, GB, Germania, 2013 

Il film concentra l’attenzione sulla rivalità tra l’austriaco Niki Lauda e l’inglese James Hunt, due piloti automobilistici agli antipodi. Il primo, soprannominato “computer” per la sua capacità di sentire ogni centimetro quadrato della monoposto, era razionale e determinato. Il secondo, playboy dedito all’alcol e alle droghe, molto più impulsivo ed emotivo. Furono i protagonisti di uno dei più avvincenti campionati mondiali di Formula 1 che si siano mai visti. La stagione 1976, che si era aperta con un netto predominio dell’austriaco, aveva infatti visto lo stesso essere protagonista di un incidente al Nurburgring che lo ridusse in fin di vita e che permise ad Hunt di recuperare terreno in classifica. Lauda si rimise in gioco a soli 42 giorni dall’incidente centrando un incredibile quarto posto. La stagione si decise all’ultimo Gran Premio, con colpo di scena

Ron Howard porta sullo schermo una sceneggiatura di Peter Morgan (The Queen, Hereafter) che si concentra sull’amicizia umana e rivalità sportiva di due anime “dannate” e diametralmente opposte della storia della Formula 1. Ne esce un film che è puro intrattenimento, dove più di una battuta e inquadratura rimarcano la differenza tra il modo di vivere il mondo delle corse (che diventa metafora della visione della vita) di Lauda e quella del rivale di sempre nonché “amico ritrovato” Hunt. Ci si perde poco nei dettagli, preferendo ricostruire le battaglie in pista con gli effetti speciali e circondando i due protagonisti di personaggi un po’ troppo stereotipati. Ciò che preme a Howard e Morgan è mettere al centro dell’attenzione il rapporto tra i due protagonisti per la ricostruzione di un pathos che nel film, in ultima analisi, è ben presente e che la F1 contemporanea farebbe bene a ritrovare

Voto: 7 su 10 

(Film visionato il 16 settembre 2013 all’Electric Cinema di Portobello Road. Se siete amanti del cinema e vi capita di passare da Londra…)



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mercoledì 21 agosto 2013

Effetti collaterali di S. Soderbergh. Recensione


Effetti collaterali 
di Steven Soderbergh 
con Jude Law, Rooney Mara, Catherine Zeta-Jones, Channing Tatum 
Thriller, 106 min., USA, 2013 


Il Dottor Banks (un ottimo Jude Law), psichiatra di successo, durante un turno in ospedale visita una paziente che ha tentato il suicidio schiantandosi con l’auto contro il muro del parcheggio di casa. Colpito dal gesto inconsueto e dalla giovane età della ragazza la invita a presentarsi nel suo studio, per individuare e contrastare le cause di un male oscuro che sembra non avere ragion d’essere. Emily (Rooney Mara), questo il nome della ragazza, è una giovane sposa che ha appena riabbracciato il marito, uscito di prigione dopo una reclusione per insider trading. Il Dottor Banks crede ciecamente negli antidepressivi, pertanto prescrive alla sua paziente medicine sempre più mirate. Emily si sente meglio, ritrova l’intesa con il marito e con la vita, ma uno di questi medicinali sembra provocare in lei qualche effetto collaterale di troppo. Come quello di uccidere il marito e di non ricordarsi più nulla. Subito il Dottor Banks viene messo sotto processo da corte e colleghi, fino a quando l’interessato penserà di essere stato incastrato e comincerà ad indagare. 

Soderbergh si riconferma un ottimo regista che riesce a mettere in scena trame profondamente radicate nella contemporaneità senza per questo tradire le movenze e le regole dei generi cinematografici tradizionali, in questo caso il thriller psicologico (alla Hitchcock, per intenderci). Qui la contemporaneità è rappresentata dal contesto in cui si sviluppa l’azione, ovvero gli USA che accusano il colpo della crisi economica (la moglie di Banks che non riesce a trovare lavoro, il marito di Emily incarcerato per truffa finanziaria) e il conseguente abuso di psicofarmaci nella popolazione. Su questo palcoscenico si consuma il fatto di sangue, determinato dalle storture di questa società incontrollabile perché perennemente “drogata”. Chi è il vero colpevole? La paziente o la medicina? Lineare nel suo sviluppo, non privo di colpi di scena, il film ci fornisce tutte le risposte arrivando ad una conclusione che non ci spiazza ma ci soddisfa (anche se un po’ ci ricorda Schegge di paura). 

Voto: 7 su 10 

(Film visionato il 9 agosto 2013)



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domenica 18 agosto 2013

Pacific Rim di G. del Toro. Recensione


Pacific Rim 
di Guillermo del Toro 
con Charlie Hunnam, Idris Elba, Rinko Kikuchi 
Fantascienza, 113 min., USA, 2013 

Mostri alieni aprono un varco interdimensionale sul fondo dell’oceano Pacifico e da lì emergono per conquistare la Terra. La guerra è senza esclusione di colpi, milioni i morti. Di fronte all’emergenza, gli Stati del pianeta si coalizzano per contrastare la minaccia una volta per tutte. Per questo viene varato il progetto Pacific Rim che prevede la costruzione di enormi robottoni, gli Jaeger, controllati simultaneamente da due piloti le cui menti sono collegate da una rete neurale. 

Va dato atto a Travis Beacham, sceneggiatore, di aver saputo attualizzare sapientemente la tradizione dei film di Kaiju (Godzilla, per intenderci) per farne qualcosa che potesse permettere agli effetti speciali di mostrare tutte le loro potenzialità. Ed effettivamente questi impreziosiscono notevolmente la narrazione, per una miscela d’azione e avventura che supera di gran lunga quella dei capitoli di Transformers. Peccato che l’entusiasmo per le idee di Beacham si sia declinato esclusivamente in una buona narrazione dei combattimenti tra Jaeger e Kaiju, lasciando spazi narrativi colmati con troppa superficialità: dialoghi abbozzati, storia d’amore stiracchiata, momenti comici fuori luogo, carrettate di stereotipi (su tutti i russi, coi capelli ossigenati come l’Ivan Drago di Rocky). 

Il film procede così proprio come un robottone, bello a vedersi ma privo d’anima

Voto: 6 ½ su 10 

(Film visionato il 31 luglio 2013)



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venerdì 16 agosto 2013

Trilogia di New York di Paul Auster. Recensione


Tre storie misteriose costituiscono la Trilogia di New York di Paul Auster, ambientata in una metropoli allucinata e surreale, in cui i contorni delle cose si sfumano sino a confondersi completamente.
In questa città caotica e disordinata non c’è più spazio per l’individualità: tutto è omologato e uguale a se stesso, rispondente a leggi esterne che sfuggono alla comprensione umana e si ripetono all’infinito.  
È quanto accade ai protagonisti di Auster, tre giovani uomini privi di identità che, per lavoro o per caso, diventano detective, trovandosi invischiati in situazioni complesse ed oscure, finendo per diventare loro stessi oggetto della loro estenuante ricerca.

Il primo è Daniel Quinn, protagonista di Città di Vetro, primo racconto della serie, uno scrittore di gialli che viene svegliato nel cuore della notte da una telefonata inaspettata. All’altro capo del filo una voce femminile, che chiede insistentemente di parlare con un certo Paul Auster, sconosciuto investigatore privato (e qui la fiction comincia ad intrecciarsi con il piano del reale). La scena si ripete per varie notti, fino a quando Quinn, ormai rapito dalla curiosità, dichiara di essere lui stesso Paul Auster. Sotto queste mentite spoglie si reca all’appuntamento con la donna, venendo pian piano travolto da una fitta trama di rapporti famigliari, paure ossessive, crimini e follie.

Il protagonista della seconda storia, intitolata Fantasmi, è invece un detective di professione chiamato Blue, assoldato dal suo capo White per pedinare giorno e notte un uomo di nome Black, il quale passa le giornate chiuso nella sua camera a leggere e scrivere su un taccuino rosso. I due uomini trascorrono mesi e mesi svolgendo sempre le stesse occupazioni, fino a quando a Blue nasce il sospetto di essere lui il vero sorvegliato.

Nel terzo e ultimo elemento della trilogia, Una stanza chiusa, il protagonista viene contattato dalla moglie di un suo vecchio amico, Fanshawe, scomparso misteriosamente, affinchè decida cosa fare della monumentale opera letteraria che lui ha lasciato inedita. Leggendo gli scritti, il protagonista si immedesima a tal punto nella vita dell’amico, da sposarne la vedova e prenderne a tutti gli effetti il posto, fino a quando riceve da Fanshawe un’inaspettata lettera che lo spinge ad intraprendere una ricerca tanto ossessiva quanto irrazionale.

Pubblicati tra il 1985 e il 1987 e raccolti da Einaudi in un solo volume, i tre racconti narrano le vicende di altrettanti uomini che si muovono come fantocci comandati da oscuri burattinai, che ne dominano la volontà e li spingono alla deriva delle loro esistenze, verso una totale autodistruzione.
Nella New York di Auster, vero e proprio non luogo, non c’è spazio per l’individualità: le particolarità umane si uniformano e si appiattiscono su un piano di impersonalità e conformismo, dove tutto è confuso e uguale a se stesso.
In balia dei propri fantasmi, ognuno dei protagonisti finirà per perdersi nei meandri delle proprie visionarie ossessioni, diventando vittima di un capovolgimento di ruoli, in un labirintico gioco di rimandi e autocitazioni capace di svelare, alla fine, che i tre racconti sono in realtà un unico romanzo, tre diversi stadi di autocoscienza del narratore.

Paul Auster è abile nel creare intrecci complessi, fuorviando continuamente il lettore e negandogli ogni soddisfazione letteraria: il linguaggio è sempre volutamente asciutto e stereotipato, privo di metafore e figure retoriche, ricondotto unicamente a ciò che accade.
La necessità di attenersi ai fatti, prima regola del detective tradizionale, qui viene esasperata diventando un esercizio di stile fine a se stesso, in cui le parole coincidono con i fatti e vengono perciò spogliate di ogni velleità letteraria.
Del resto neppure la mera trasposizione dei fatti può ritenersi esaustiva e veritiera: gli antieroi di Auster non sono personaggi autorevoli, ma sono piuttosto preda di allucinazioni, alcolismo, manie persecutorie e depressive. Lo stesso scrittore all’inizio del primo racconto ammicca al pubblico inserendo nella storia il suo vero nome, rimarcando in tal modo la convenzione della finzione letteraria e invitandoci a non credere mai totalmente a quello che leggiamo.

Sarebbe quindi un grossolano errore etichettare i racconti di Auster come detective stories o, perlomeno, essi non lo sono nel senso tradizionale della definizione.
A differenza del giallo classico, infatti, qui manca del tutto l’oggettività della narrazione e, anche per questo, non riusciamo ad identificarci nelle vicende che abbiamo davanti, ma ne siamo continuamente distolti da lunghe parentesi introspettive e digressioni deliranti.

Questo escamotage è piuttosto efficace per restituirci l’immagine di una realtà spezzettata e frammentaria, in cui la ricerca della verità non approda mai a nulla e il lavoro dell’investigatore è destinato a fallire.
Tuttavia, sebbene sia un procedimento giustificato, l’inserimento nel testo di lunghe pause narrative finisce per appesantire notevolmente il racconto, spezzando il ritmo della narrazione e rendendo la lettura lenta, a tratti faticosa.
Si pensi al primo elemento della serie, Città di Vetro, il cui inizio è brillante ed entusiasmante, degno della migliore Agatha Christie, capace di catturare completamente l’attenzione del lettore e di trasportarlo direttamente nella storia.
Dopo le prime pagine però, il nostro interesse scema mentre, assieme al protagonista Quinn, cominciamo a scoprire la trama che costituisce il motore della vicenda: uno strambo giovane di nome Peter Stillmann, pallido e vestito completamente di bianco, dai capelli biondo candidi quasi albini, i movimenti meccanici da automa, il linguaggio disarticolato e artificioso, teme per la sua incolumità a causa della recente scarcerazione del padre, un anziano scienziato che, poco dopo la sua nascita, aveva tenuto il figlio segregato per anni in uno sgabuzzino con l’intenzione di scoprire quale fosse la lingua primigenia.

temi eccentrici sono spesso il pretesto per lunghi approfondimenti didascalici di storia, religione, astronomia, musica. Si va dal resoconto di tutti gli studiosi e filosofi che nel passato hanno tentato esperimenti per scoprire quale fosse la lingua prima e originaria, alle credenze superstiziose che animavano i primi esploratori del Nuovo Mondo, dall’esame della Caduta terrestre e del racconto babelico, all’analisi del Don Chisciotte di Cervantes in chiave metafisica.

Comunque in nessuno dei racconti approdiamo ad una risoluzione del caso: tutto rimane incerto e inspiegabile perché, in un mondo determinato dal caso, non può esserci alcuna soluzione logica e anche le apparenti “prove” dell’investigation tradizionale ormai non rimandano più a nulla al di fuori di loro stesse.

Quello che rimane insomma è una contorsionistica riflessione sul rapporto tra scrittore-lettore e sulle possibilità del romanzo, infinite come i piani della realtà e le interpretazioni che se ne possono dare.


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venerdì 2 agosto 2013

Vogliamo vivere! di E. Lubitsch. Recensione


Vogliamo vivere! - To Be or Not to Be 
di Ernst Lubitsch 
con Carole Lombard, Jack Benny, Robert Stack, Felix Bressart 
Commedia, 99 min., USA, 1942 

Nell'ufficio di Billy Wilder campeggiava la scritta "How would Lubitsch have done it?". Ecco, se non sapete chi sono Wilder e Lubitsch, o se non avete mai visto almeno un loro film, allora c'è un problema. Un grossissimo problema. Perchè il primo era bravissimo e si ispirava al secondo, che era un genio. Vogliamo vivere! - To Be or Not to Be ne è la prova. 

La pellicola è talmente coinvolgente che sembra di entrare in un'altra dimensione, dove diventiamo quasi parte integrante della compagnia di attori polacchi capeggiata da Maria e Josef Tura (gli straordinari Benny e Lombard) che si rende protagonista delle più spassose peripezie che si siano mai viste al cinema. Qui, è bene puntualizzare, non si parla di battute che strappano becere risate, ma di vere e proprie situazioni comiche perfettamente studiate e calibrate che si risolvono in uno spasso crescente. Un divertimento puro che il cinema contemporaneo non è più capace di creare. Se poi si pensa che l'azione si svolge durante l'occupazione nazista della Polonia (l'opera è del 1942!) e che gli attori cercano di salvare le proprie vite "recitando", allora si intuisce che il film è doppiamente grande, perché riesce a parlare in modo tangenziale (e dunque ancora più efficace) del valore salvifico dell'arte. 

Da mirare e rimirare

Voto: 9 su 10 

(Film visionato il 30 luglio 2013) 



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