sabato 27 ottobre 2012

Finalmente chiunque potrà scrivere sui giornali

Il 28 settembre 2012 alcuni senatori, tra cui Gasparri e Ghedini, avvocato di Berlusconi, editore del Giornale diretto da Sallusti, presentano un disegno di legge sulla diffamazione. Vediamo perchè e cosa: 

Il 26 settembre 2012, la V sezione penale della Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna della Corte d'appello di Milano del 17 giugno 2011, a carico del direttore del Giornale Alessandro Sallusti, a 14 mesi di reclusione per il reato di diffamazione aggravata, per un editoriale apparso nel febbraio 2007 sul quotidiano Libero, firmato con lo pseudonimo "Dreyfus", che oggi sappiamo essere l'ex giornalista spione Renato Farina, condannato, pidiellino e radiato dall'ordine.

Nella motivazioni della sentenza 41249 la Cassazione scrive che "gli atti processuali danno un quadro di forti tinte negative sulle modalità della plurima condotta trasgressiva di Sallusti", che ai tempi era direttore responsabile di Libero, "ai danni non solo di Giuseppe Cocilovo ma anche dei genitori adottivi e di una minorenne "sbattuti in prima pagina". Farina, con l'avvallo di Sallusti, scrisse che "il giudice ha ordinato l'aborto, che furono lui, i genitori e il ginecologo a volerlo". 

Falso: per la Cassazione "sono affermazioni contrarie al vero, in quanto l'interruzione della gravidanza, autorizzata dal giudice, fu decisa autonomamente dalla minore, nel rispetto dell'articolo 12 della legge 194/78". Si tratta pertanto di "affermazioni idonee a ledere la reputazione della parte lesa, con l'aggravante di aver attribuito un fatto determinato". Significa che non c'è un reato di opinione sulla questione dell'aborto, come si disse inizialmente, ma l'attribuzione ad alcune persone di azioni mai compiute. Una menzogna. Per questo articolo, tra l'altro, Sallusti fu sospeso due mesi dall'ordine dei giornalisti della Lombardia. 

Una nota: la notizia fu ripresa anche da altre testate, come La Stampa, il Corriere della Sera o La Repubblica, e dall'agenzia stampa Ansa. Tuttavia, o venne scritta correttamente, o venne prontamente smentita il giorno seguente, cosa che Libero non fece, ribandendo anzi con altri articoli le proprie posizioni.

In Sallusti la Corte riconosce una "spiccata capacità a delinquere", dimostrata da tanti precedenti e dalla "gravità" della "campagna intimidatoria" e "diffamatoria" condotta nei confronti del giudice. "Non può avere alcun riconoscimento l'invocato diritto di mentire, al fine di esercitare la libertà di opinione", è la conclusione. 

Questo l'antefatto. Cosa propongono i senatori?

Dicono che la pena detentiva è "drastica" e che dovrebbe essere pecuniaria. Largamente condivisibile. Aggiungono però: 

1) Articolo 12, la persona offesa dalla diffamazione può chiedere un risarcimento non inferiore ai 30 mila euro, pagabili con beni patrimoniali e non patrimoniali. Il risarcimento si somma alla pena comminata dal giudice, che va da 5 a 100 mila euro. Centomila. Per un grande giornale non è una cifra insuperabile. Per una piccola testata può significare la crisi o la chiusura.
2) Articolo 2, che modifica l'articolo 57 del Codice Penale: ridotta di un terzo la pena per "omesso controllo" da parte di direttore o vicedirettore o chi per lui. Sembra un comma "pro-Sallusti": l'autore dell'articolo era Farina, non lui.
3) Articolo 8, il direttore o, comunque, il responsabile è tenuto a pubblicare gratuitamente nel quotidiano o nel periodico, comprese le testate giornalistiche diffuse in via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini o ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto suscettibile di incriminazione penale. Significa che un giorno mi sveglio, ritengo di essere parte lesa, mando una lettera a un giornale e il direttore dovrà pubblicarla "non oltre due giorni da quello in cui è avvenuta la richiesta, in testa di pagina e collocate nella stessa pagina, con la stessa rilevanza e con le stesse caratteristiche tipografiche nel giornale che ha riportato la notizia cui si riferiscono". E vale anche per Internet.
4) Le rettifiche del tizio che si ritiene offeso devono essere pubblicate per intero e senza commento.    
5) Se il giornale non obbedisce, il tizio offeso può chiedere la pubblicazione coatta al giudice.
6) Se il giudice dà ragione alla parte offesa, il giornale deve pubblicare la sentenza per intero e perde, per un periodo che arriva a 12 mesi, i contributi statali per l'editoria.
7) Se il giornalista "diffama" una seconda volta nell'arco di due anni, viene sospeso dalla professione da 6 mesi a 1 anno. E da 1 a 3 anni in caso di una terza condanna. 


Ecco, finalmente ci sarà un accesso pubblico e non più privatistico al mercato del lavoro giornalistico. Qualunque cittadino, se lo vorrà, potrà vedere pubblicata in prima pagina una "propria" notizia.


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