domenica 25 settembre 2011

Gli Asintotici: l'estremo sbattimento della poesia


Interrogarsi su chi siano gli Asintotici significa interrogarsi su cosa sia la poesia. Per carità, non si vuole qui fare un trattato sull'argomento, le domande nasceranno da sé, durante la lettura.
Non si sa molto sugli Asintotici, le poche notizie che si possono raccogliere dicono si tratti di un collettivo di ragazzi di Modena che ogni tanto si mettono a scrivere poesie. Si badi bene, non sono poeti, non pubblicano le loro opere, forse non amano nemmeno la poesia, ma la scrivono o, come recita il loro manifesto, hanno «un cosciente ed estremo sbattimento che ci riduce a scrivere perchè si ha voglia di». La loro "struttura" gerarchica è bislacca: gli Asintotici (nome che pare essere più adatto a una band) sono suddivisi in micro-gruppi o micro-collettivi di due o tre "poeti": Asintotico Numero Uno, Due, Tre, Quattro, Cinque, Sei e Sette (anche se il Numero Uno è il più produttivo e forse è il centro propulsore poetico del gruppo).
Proprio in questi giorni, a Modena, circola un piccolo libricino autoprodotto dal collettivo intitolato Asintotici e religioni (e Salomè), raccolta di tutti i componimenti fatti negli anni passati.
La copertina pare essere volutamente spoglia e senza alcuna ombra di senso: un rotolo di carta igienica, un imbuto, la portiera di un'auto e un aspirapolvere. Si comincia con il Manifesto: c'è da scrivere un manifesto scritto da Asintotico Numero Otto (a quanto pare addetto solo alla stesura del manifesto) che nella apparente insensatezza futuristica del discorso avverte il lettore di quattro regole più o meno seguite nei componenti: 1 «si dica quel che si legge in modo che altri possano sentirvi»; 2 «si usi autoironia [...] cosa fa più ridere di un poeta in questi tempi?»; 3 «si citi a destra e a manca»; 4 il concetto è difficile da afferrare, quindi «lo si bracchi».
Pare un manifesto macchinoso e impegnato: in realtà le poesie, nella loro apparente insensatezza hanno qualcosa di spontaneo, immediato, come se la postmodernità negli Asintotici fosse ormai un fatto compiuto, metabolizzato e quasi ovvio.
Il tema sembra essere la dimensione religiosa ai giorni d'oggi, nel mondo mercificato, pubblicitario, nella realtà televisiva, musicale, "pop" in senso lato. Basta leggere nell'indice i titoli delle tre sezioni: Vangelo perde, da dove, chi vinca ed il resto; Dio maiale non è una bestemmia e Salomè? Salo the. Prendiamo qualche passo "religioso" (la cui figura di Cristo si confonde spesso con quella degli alieni, di Elvis e del celebre «uomo del monte» di una nota pubblicità):

«Molti elementi / della vita di / Elvis sono stati perduti nei secoli. / Occorre verificare che / alcune scritture della / Bibbia / siano incongruenti [...] / Gesù scompare dalla croce, / Ciao Paolo! / Ma come?» (Il Vangelo secondo me)

«Marte: / un ufo entra in un Mc Donald. / Splash.» (Elvis-Gesù-Ufo)

«L'antico / palpeggiando il marmo, / disse di essere sen'amore. / Cristo scese / e gli diede le more» (Il miracolo)

«Evviva è risorto / ed ha pure / la spada laser.» (Buone feste per sempre)

Il tema della religione si presenta dunque mescolato a una dimensione plasticosa, a una cultura pop spicciola, televisiva. Ma ciò non avviene mai inconsapevolemente. Da molti componimenti si può dedurre l'istruzione scientifica del collettivo, laddove la chimica, la fisica e un latino "liceale" si mescolano con l'ormai ridicolizzata metafisica:

«Io nizzo / non è un verbo coniugato, / è un problema se / tu nizzi / non ha alcun significato / lecito è l'oggetto dell'oggetto / io dio forse / è bestemmia / perché stato io nizzato» (Stati eccitati)

«Il quintessente risulta / materialmente assente / causa antonomasia» (Quiescentetereo)

«Se il sole scoppiasse / ce ne accorgeremmo / dopo otto secondi. / Giuse farebbe in tempo / ad andare a studiare e / tornare indietro. / Ma lui se ne sbatterebbe / ed imperterrito /avanzerebbe verso un altro / centro di gravità. / Basta. / Vorrei evidenziare Giusi. / Giusi è composto da / particelle non aventi massa. / Bosoni». (Bella Giuse)

«Pueri puellaeque, / perché patate per pranzo?» (P.)

Per concludere questo rapido giro di assaggi, sono assolutamente rilevanti, sottili e intelligenti i componimenti metapoetici, che parlano dello scrivere in sé poesia. Questi sono i veri menifesti degli Asintotici:

«Pere pesche ananas e pompelmi / l'uomo del monte ha detto sì /ma qual era la domanda? / Gli si chiedeva se la poesia / potesse sopravvivere al non-sense. / Babbo Natale esiste» (Maiale Amaro Fluo)

«I poeti del Malox / hanno avuto un calox / di marronità nel crasso, / quindi nel cesso / gridano "casso casso!"» ( Essere decadenti oggi)


Gli Asintotici fanno poesia? Fanno anti-poesia? Sono solo giochetti? E se fanno poesia, dobbiamo dedurre che questa è la poesia odierna, più autentica della "vera Poesia"?
Il mio parere: se la poesia ha un avvenire, sarà sicuramente un futuro lontano da facili pose e intellettualismi. Gli Asintotici non perdono di certo tempo in questo. Se la poesia sarà più vera della "vera Poesia" che ancora ci si propina, se sarà in grado di impastarsi nel disponibile quotidiano, nel reale effettivo e affettivo (per quanto brutto e finto) allora potrebbe anche intraprendere la strada postpostmoderna degli Asintotici. Forse.

Link: asintotici.splinder.com
myspace.com/asintotici



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sabato 24 settembre 2011

Carnage di R. Polanski. Recensione

Carnage
di Roman Polanski
con Jodie Foster, Christoph Waltz, John C. Reilly, Kate Winslet
Drammatico, 79 min., Francia, Germania, Polonia, Spagna, 2011

Senza usare troppi giri di parole, è giusto mettere subito in chiaro che Carnage è un film ineccepibile. «Come?», direte voi. E io vi ripeto che sì, è impeccabile. Per vari motivi che espliciterò qui di seguito e in modo schematico. Vediamoli.

La storia
Nei titoli di testa si legge che la sceneggiatura è stata scritta a quattro mani. Nella voce figurano infatti i nomi del regista Roman Polanski e di una donna, Yasmina Reza. Drammaturga, scrittrice e attrice francese la Reza ha scritto per il teatro nel 2007 Le Dieu du carnage (Il Dio del massacro o Il Dio della carneficina), opera dalla quale è stato tratto il film in questione. Come si può intuire Polanski avrà certamente giocato un ruolo fondamentale nel rendere il testo conforme ai tempi filmici. Ma la sostanza non cambia. La storia della Reza è molto calibrata, capace di mettere a nudo i difetti e le carenze di una generazione di genitori di mezz’età che vivono sempre di più avulsi dalla realtà dei loro figli. Per colpa del lavoro, per presunzione, per il loro meschino idealismo o per ignoranza ed egoismo. E la scrittura della Reza non mette in luce solo questo. Accentua infatti anche le differenze tra uomini e donne con sottile e caustica ironia. Insomma, una sceneggiatura assolutamente completa che fa dei dialoghi il suo punto di forza.

Gli attori
Tutti praticamente perfetti. C’è chi risalta di più, come Jodie Foster e Christoph Waltz, c’è chi sembra coprire il ruolo di comprimario e invece è altrettanto importante, come John C. Reilly e Kate Winslet. Come se non bastasse nessuno di loro è sprovvisto del phisique du role. Riassumendo: tutti bravi, tutti credibili.

La regia
La vicenda si svolge in quattro (ribadisco, 4) ambienti: salotto, pianerottolo, cucina e bagno. Nonostante questo il film non ha niente a che vedere con le tragedie italiane tutte crisi esistenziali, salotto con immancabile credenza della nonna, un tavolo e quattro sedie. Questo non solo perché l’arredamento è differente, ma soprattutto perché le scene sono state girate con assoluta maestria. Le riprese e il montaggio, infatti, fanno in modo che le immagini seguano le battute, all’occorrenza enfatizzandole, e il ritmo che ne deriva è perfettamente omogeneo e bilanciato. Da notare che non c’è un’inquadratura che duri più di dieci secondi e l’uso sapiente della messa a fuoco che, all’occorrenza, esclude o include i personaggi disposti in primo o secondo piano.

E così Polanski ha creato un’opera pienamente cinematografica schivando uno ad uno i riverberi della messa in scena teatrale.

Voto: 8½/10

(Film visionato il 21 settembre 2011)




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domenica 18 settembre 2011

Terraferma di E. Crialese. Recensione

Terraferma
di Emanuele Crialese
con Filippo Pucillo, Donatella Finocchiaro, Mimmo Cuticchio, Beppe Fiorello
Drammatico, 88 min., Italia, Francia, 2011

Come nella seconda pala di un dittico, ovvero dopo aver parlato in Nuovomondo (2006) dell’immigrazione italiana negli USA ad inizio Novecento, Crialese tratta in Terraferma il tema dei viaggi disperati degli africani che cercano di arrivare in Europa (la terraferma del titolo). Prima tappa obbligata del percorso le isolette che gravitano attorno alla Sicilia. Ed è proprio in una di queste (Linosa, ma tutti sono portati a pensare a Lampedusa) che si svolge l’azione. Azione che, a pensarci bene, si articola in un lungo elenco di contrapposizioni (abitanti-villeggianti, abitanti-immigrati, villeggianti-immigrati, pescatori-finanza, speranza-rassegnazione, ecc.) che è possibile palesare parlando brevemente di ciò che accade nel film.

Filippo (Filippo Pucillo), giovane uomo orfano di padre, vive con la madre Giulietta (Donatella Finocchiaro) e il nonno Ernesto (Mimmo Cuticchio). Durante una battuta di pesca i due uomini prestano soccorso ad alcuni immigrati che rischiano di affogare. Tra di loro figurano anche una donna gravida ed il suo figlioletto. Seguendo la "legge del mare" Ernesto decide di dare asilo alla donna, che gli partorisce in casa la stessa notte. La mattina seguente iniziano i problemi: la guardia di finanza sequestra al vecchio la barca, con l’accusa di aver aiutato alcuni immigrati; i villeggianti sono sempre più spaventati dalla situazione ma pretendono comunque di essere serviti e riveriti; i pescatori vivono momenti di tensione con i rappresentanti di una legge che gli chiede di contravvenire alla legge del mare "girandosi dall’altra parte" alla vista di persone in difficoltà.

È da notare come ogni situazione abbia un personaggio emblematico di riferimento. Nino (Beppe Fiorello) è il rappresentante di una nuova generazione che vede il futuro solo nel turismo e che è pronta a negare ogni evidenza (gli sbarchi) pur di non perdere il denaro dei vacanzieri-clienti. Filippo, interpretato da un Pucillo che nella recitazione ricorda molto il Ninetto Davoli dei film di Pasolini, vive la tensione tra i valori tramandatigli dal nonno e le pulsioni giovanili. Nonno Ernesto, nella presenza fisica e nella generosità, è una figura ieratica che si distingue dalle altre (ma non da quelle dei pescatori della sua generazione) per carità innata. Infine Giulietta è il simbolo della compassione, lei che dopo aver superato una prima reticenza si lega alla donna cui ha dato asilo grazie alla comune sensibilità materna.

Come si è potuto capire l’opera di Crialese è, nella sua apparente semplicità, complessa e ramificata a livello di tematiche. Inoltre (onore al merito) la regia è notevole: anche questa volta ci rimarranno impresse almeno un paio di sequenze (v. l’immagine della locandina). Quello che non funziona fino in fondo è un cortocircuito che nasce dal rapporto tra la recitazione della Finocchiaro e quella di Cuticchio. La prima, pur nella sua bravura, rappresenta un cinema fatto da divi che male si sposa con le tematiche trattate. Ovvero, anche se la Finocchiaro è stata diretta con l’intento di ricordare Anna Magnani (soprattutto nella fisicità più che nella recitazione) l’effetto è quello di una falsa isolana troppo poco cotta dal sole e consumata dalla salsedine. Il secondo è invece il personaggio che funziona di più, soprattutto in rapporto al tema e al contesto. È sublime la riunione dei vecchi pescatori, nella quale è tra i protagonisti, che ci fa ripensare alla tradizione del Neorealismo che i giovani registi cercano troppo spesso di evitare (senza successo).

Cosa resta da dire? I sentimenti ci sono, i valori anche, come pure gli interrogativi. I dubbi però rimangono di fronte all’ennesimo tentativo di stiparli (è proprio il caso di dirlo) tutti dentro un’unica opera.

Voto: 7 ½ su 10

(Film visionato il 14 settembre 2011)




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