lunedì 31 gennaio 2011

Il discorso del re (The King's Speech). Recensione

Il discorso del re (The King's Speech)
di Tom Hooper
con Colin Firth, Geoffrey Rush, Helena Bonham Carter, Guy Pearce
Storico, 111 min., Gran Bretagna, Australia, 2010

Lo speaker si avvicina ad un microfono, fa i gargarismi, compie qualche vocalizzo e legge con dizione perfetta un annuncio. Successivamente deve parlare il futuro re Giorgio VI, balbuziente sin dall’infanzia, che non riesce però a spiccicare parola. Albert (B-b-b-bertie, per i famigliari, interpretato da Colin Firth) sarebbe diventato re improvvisamente, dopo l’abdicazione del fratello Edward che preferiva al trono la dissoluta vita con l’americana Wallis Simpson. L’incoronazione, che per la prima volta sarebbe stata trasmessa dalla BBC, non poteva prevedere un re balbuziente. È a questo punto che entra in scena l’australiano Lionel Logue (Geoffrey Rush), attore fallito e logopedista “improvvisato”, che aveva fatto esperienza sui reduci della Prima guerra mondiale. Logue vive con moglie e figli in un appartamentino, tratta Sua Altezza Reale come un amico e, secondo gli incompetenti dottori di corte, ha metodi poco ortodossi.

Il cinema inglese continua a indagare le figure istituzionali del recente passato, dimostrando inoltre che si possono fare ottimi film senza fare ricorso ad artifici tecnici da baracconata destinata a maxischermi e dolby surround delle moderne sale cinematografiche. E così, dopo le debolezze della regina Elisabetta (The Queen), l’umanità di Winston Churchill (Into the Storm) e i “voltafaccia” di Tony Blair (I due presidenti), ora sta a re Giorgio VI dimostrare che, in fondo, anche un regnante ha un’anima perché può trovarsi in difficoltà.

Elegante nella sua regia, Hooper esalta e ridimensiona l’handicap del protagonista. Problema accresciuto dalla vista della radio, mezzo potente e spaventoso, che cominciava a far perdere ai reali il loro alone mistico, portandoli nelle case dei loro sudditi.

Firma la riuscita sceneggiatura David Seidler, e la storia che ci sta dietro è interessante come il film. Dietro l’aplomb come stile di vita, si possono nascondere molti problemi (di cui la balbuzie è solo il più evidente). Sceneggiatura che ha anche il merito di fare capire il contesto politico, pur toccandolo superficialmente, in cui si svolge la vicenda. Seidler ha cercato il figlio di Lionel Logue (gli è bastato l’elenco telefonico per ritrovare, ormai ottantenne, il ragazzino che nel film studia per diventare medico), recuperando i taccuini scritti durante le sedute. Chiese poi il permesso alla regina madre, che gli rispose “mai, finché sono in vita”.

Colin Firth è sublime nella parte del re (molti dicono che la balbuzie è resa meglio nella versione in lingua originale, ma anche il doppiatore italiano, Luca Biagini, se l’è cavata bene). Candidato a 12 Oscar (troppi, su questo siamo tutti d’accordo), il film è misurato, elegante, irresistibile nel suo umorismo tutto britannico. Un dovizioso viaggio dentro i tabù della stagione e della cultura post-vittoriana (il difetto, all’epoca interpretato come una debolezza, serve a far venire a galla le componenti repressive dell’educazione nazionale) e un’imperdibile occasione per riconciliarsi con un ottimo cinema di parola.

Voto: 8 su 10

(Film visionato il 29 gennaio 2011)



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The Dark Knight Rises


Christopher Nolan avrebbe finito di scrivere insieme al fratello Jonathan e a David S. Goyerv The Dark Knight Rises, terzo capitolo su Batman dopo Batman Begins (2005) e The Dark Knight (2008).
In un’intervista rilasciata al «Los Angeles Times» il regista ha dichiarato che il nuovo Batman non sarà in 3D, non per una antipatia verso il formato, quanto per perseguire una coerenza visiva con i precedenti capitoli. E così il terzo capitolo cercherà di proporre su schermo comunque qualcosa di visivamente innovativo, grazie al formato IMAX, e ad un uso più ampio ed articolato delle macchine da presa ad alta definizione concepite appositamente per questo tipo di formato, un tipo di riprese che va comunque ricordato a livello di budget risultano estremamente dispendiose e per questo poco utilizzate.



La trama è segreta ma intanto si conoscono già i nomi dei due cattivi. Tom Hardy sarà Bane, lo psicopatico muscoloso super intelligente.








Hanne Hathaway erediterà invece da Michelle Pfeiffer gli attillati panni di Catwoman.






Altro cattivo potrebbe essere Talia al Ghul, figlia del personaggio di Liam Neeson del primo episodio della serie.

Il film uscirà il 20 luglio 2012.



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domenica 30 gennaio 2011

Perché "Ogni maledetto post"?

Nel 1999 un magistrale Al Pacino interpreta l’allenatore di football Tony D’Amato in Ogni maledetta domenica di Oliver Stone. D’Amato, allenatore e uomo fiaccato da se stesso e dalle delusioni patite,  riesce tuttavia a trovare in un gruppo di scalcinati footballers la determinazione perduta, necessaria per un riscatto scintillante. In un crescendo vertiginoso di emozioni e inquadrature, Stone ci guida lungo questa redemption road (personale e della società tutta) all’americana, al cui apice si colloca l’ormai celebre “discorso” (così la schizofrenia audiovisiva “youtubista” etichetta ad oggi intere sequenze monologanti, come fossero discorsi di insediamento nella hall of fame delle frasi da cioccolatino) che il coach pronuncia alla squadra prima dell’ultimo, decisivo match. D’Amato incoraggia i suoi atleti, li esorta ad afferrare la gloria “massacrandosi di fatica per ogni centimetro del campo da gioco, difendendo quel centimetro con le unghie e coi denti per se stessi e per gli altri”. Un centimetro che separa il successo dalla disfatta, la vita dalla morte.

Con un balzo in avanti ci proiettiamo al 2043, anno nel quale cadrebbe la pubblicazione dell’ultimo numero di un quotidiano cartaceo, almeno stando alle cupe previsioni di Vittorio Sabadin, giornalista de la Stampa e autore de L’ultima copia del New York Times, un pamphlet sul futuro del giornalismo. È innegabile, in effetti, che i dati sulla diffusione dei giornali e sull’età media dei lettori attraversino un trend negativo che sembra ormai inarrestabile: per Sabadin i giornali di carta si stanno inabissando in una lenta agonia. Stanno facendo il resto il così detto citizen journalism (il giornalismo “fatto dai lettori”, coi videofonini e le macchine fotografiche digitali, come nell’occasione dell’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 o dello tsunami nell’Oceano Indiano del 2004) e la migrazione dell’informazione sul supporto digitale.

E noi? Cosa possiamo fare, noi aspiranti al mestiere? Possiamo difendere ogni centimetro in ogni maledetto post, come comanda D’Amato ai suoi ragazzi. Senza alterigia ma con la convinzione che la professione del giornalista non può e non deve perire, indipendentemente dal supporto che ospiti la scrittura. Il racconto della parola vera, concreta, che perfora i muri di gomma della società e le resistenze alla giustizia e all’equità: questo è quello che interessa a un giornalista che voglia fare il proprio mestiere con professionalità e coerenza. Fintanto che esisterà qualcuno disposto a difendere la parola vera, esisterà il giornalismo. Non è uno scherzo: un giornalista che rifugga l’onestà intellettuale (delle conoscenze) e pragmatica (della cronaca dei fatti) e che abbandoni il logico equilibrio tra buon senso, ragione, curiositas culturale e umana cura si spoglia della sua funzione, abdica al privilegio della penna. Si rende complice del male che non ha contribuito a evitare, come scrisse una volta Giuseppe Fava.

In questo spazio, dunque, vogliamo difendere (insieme a chi ci vorrà leggere) ogni centimetro di quel che resta di questo mestiere, ogni millimetro della libera possibilità di esprimere la propria opinione, che riteniamo essere un dovere e insieme un diritto posto a fondamento di ogni convivenza civile e dell’intera storia umana. Vogliamo farlo in ogni maledetto post.


La redazione di Ogni maledetto post



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