giovedì 3 novembre 2011

Un re pallido di nome David Foster Wallace



È appena uscito per Einaudi il terzo e ultimo lavoro di David Foster Wallace, intitolato Il re pallido (The Pale King), attesissimo romanzo postumo uscito a marzo negli Stati Uniti e in Gran Bretagna e celebrato da molti come “il libro dell’anno”.

Secondo Michael Pietsch, che ne ha curato la pubblicazione americana per i tipi della Little Brown & company, Wallace iniziò a scriverlo nel 1996 e continuò sempre a parlarne in modo criptico con amici e colleghi. All’amico Franzen rivelò solo che si trattava di «un manoscritto di 5000 pagine, poi da sfoltire del 90%, l’idea stessa a tal proposito fa appassire qualcosa dentro di me, e mi porta a interessarmi realmente al mio carapace, o all’angolo che assume la luce esterna».
Evidentemente questo proposito non è stato realizzato, se è vero che Wallace non ha lasciato un’opera organica e strutturata, quanto piuttosto una montagna di appunti confusi, descrizioni, versioni di prova, bozze, schizzi.

Alcune di queste pagine sono comparse su riviste, tutte rientrano in ciò che l’autore chiamava «la cosa lunga» o «il Progetto».
Dopo il suicidio di Wallace, avvenuto nel settembre 2008 all'età di 46 anni, questi frammenti sono stati selezionati, rivisti e ordinati in una plausibile collocazione cronologica, per dare alla luce “Il re pallido”, un’opera in apparenza wallaciana (mi si passi il termine) ma sicuramente molto distante dall’idea di romanzo che Wallace stava cercando di scrivere. A partire dal titolo, per cui Wallace aveva pensato a Glitterer, SJF (che sta per Sir John Feelgood) e What is Peoria for?.

Per quanto riguarda il contenuto il romanzo è un mondo fatto di tante piccole cose, di temi, motivi, oggetti e personaggi che si intrecciano e si sovrappongono continuamente. Difficile quindi darne un riassunto completo.
Banalizzando, si può dire che è un romanzo sulla noia e l’angoscia esistenziale.

Protagonisti sono un gruppo di agenti della IRS (l'agenzia tributaria statunitense) che, impiegati in un ufficio del Midwest, cercando con ogni mezzo di superare la noia del loro lavoro.
Ad un certo del racconto punto l'autore viene confuso dai computer della IRS con un altro David F. Wallace, questo a simboleggiare il livello di "irrilevante complessità" cui le nostre vite sono continuamente sottoposte.

Nei suoi appunti sul libro (alcuni dei quali, troppo pochi in realtà, sono inclusi nella succinta appendice di nove pagine) Wallace ha chiarito quel che sperava di fare: avrebbe ripreso le stesse argomentazioni proposte nel discorso di fine anno tenuto al Kenyon College nel 2005 per dimostrare che anche l’impiego più noioso e ripetitivo, se portato avanti con costanza e dedizione, può condurre alla grazia divina e alla salvezza: «La capacità di prestare attenzione. Viene fuori che la felicità (un misto di gioia secondo per secondo e gratitudine per il dono di essere vivi) si trova alla fine della noia più schiacciante, più tremenda. Prestate particolare attenzione alla cosa più noiosa che possiate trovare (la dichiarazione dei redditi, le partite di golf in televisione), e una noia come non l’avete mai conosciuta si abbatterà su di voi a ondate, fin quasi a uccidervi. Superatela, e sarà come fare un passo avanti dal bianco e nero al colore. Come l’acqua dopo giorni nel deserto. Beatitudine costante in ogni atomo».

Il
re pallido, David Foster Wallace
Einaudi, Stile Libero Big, 2011
728 pp., 21 euro

Qui
trovate un estratto del libro


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3 commenti:

Nora ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Nora ha detto...

Mumble, sembrerebbe interessante, dunque, lo consigli? Ciao ciao -Nora*-

L.Z. ha detto...

Ciao Nora, per ora ho avuto il tempo di leggerne solo qualche pagina e mi ha incuriosito molto.
Te lo consiglio se ti piace il genere e se hai voglia di una lettura abbastanza impegnativa. Se invece vuoi un romanzo più accessibile leggi le correzioni di franzen.

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