martedì 1 novembre 2011

Faust di A. Sokurov. Recensione

Faust
di Aleksandr Sokurov
con Johannes Zeiler, Stefan Weber, Anton Adasinsky, Hanna Schygulla, Isolda Dychauk, Georg Friedrich
Drammatico, 134 min., Russia, 2010

Non c’è altro modo di iniziare a parlare del Faust di Aleksandr Sokurov se non quello di mettere subito in chiaro una cosa: è riduttivo parlare di film perché siamo di fronte ad un’opera d’arte. Leone d’oro all’ultima Mostra di Venezia il lavoro sintetizza cultura e maestria tecnica, per un risultato che ci fa tornare alla mente vette della cinematografia mondiale quali Il settimo sigillo (Ingmar Bergman, 1957) e Stalker (Andrej Tarkovskij, 1979).

Lontano dalla spiritualità del Faust di Goethe, quello delineato da Sokurov è un protagonista sì pieno di conoscenza ma profondamente legato alla dimensione terrena, caratterizzata dalla voglia di soddisfare gli istinti primari della fame e del sesso. Come lui anche Mauricius è un Mefistofele molto terreno, asessuato, dal ventre flaccido e l’aspetto ripugnante, che fa l’usuraio e non si cura né dei sentimenti né della cultura. Il mondo in cui i due si muovono è corrotto dalla violenza e dalla miseria, permeato da odori di cadaveri, sporcizia e flatulenze.

Per la precisione l’azione si svolge all’inizio dell’Ottocento in un villaggio dell’Europa centrale (Germania?), in cui abitazioni e locande sono state arredate facendo attenzione anche ai minimi particolari. L’operazione di meticolosa ricostruzione degli ambienti si lega anche alla volontà di recuperare le atmosfere e lo spirito popolare originario della leggenda del Faust che, nata da una figura di alchimista forse realmente esistito, si era diffusa in Germania attraverso i Volksbuch (libri del popolo) a partire dalla fine del XVI secolo e fu tradotta in rappresentazioni comico-farsesche da compagnie popolari e di marionette (Goethe era entrato in contatto con l’opera di Marlowe proprio grazie a queste ultime).

La meticolosità di Sokurov si manifesta, pertanto, sia nella recitazione degli attori, che potrebbe essere a tratti ricondotta a quella dei guitti e dei giullari medievali, che nello spirito grottesco e alchemico della tradizione popolare tedesca. Non c’è allora da stupirsi dei molteplici riferimenti dotti riguardanti la cultura del periodo disseminati in tutta l’opera: una dissertazione sulle piante del bosco porta Faust a far notare a Margarete la mandragola (che sappiamo essere pianta dall’essenza afrodisiaca o all’occorrenza mortale); Wagner, allievo ormai folle di Faust, porta con se un homunculus. Come i riferimenti alla cultura del tempo non si esauriscono di certo in questi due esempi, anche i nessi con una certa tradizione cinematografica sono molteplici e rilevanti.

Se l’atmosfera e i temi trattati rimandano, come anticipato, al Settimo sigillo di Ingmar Bergman, la struttura dell’opera e l’impianto narrativo richiamano invece il cinema di Andrej Tarkovskij. Non a caso l’acqua e la terra, due dei cinque elementi prepotentemente presenti nella seconda parte del film, sono proprio rimandi a Stalker e Nostalghia (1983). Sokurov è dunque riuscito nel difficilissimo proponimento di reinterpretare visivamente la complessità dell’opera goethiana, anche attraverso l’uso “pittorico” di lenti speciali (molte scene ricordano quelle dei dipinti di Hieronymus Bosch).

Come ha dichiarato il regista stesso:
«Abbiamo usato strumenti ottici di grandi dimensioni e lenti speciali originali, realizzate in Russia, che il direttore della fotografia Bruno Delbonnel ha usato per la prima volta. L’ispirazione viene dalla pittura europea dei primi decenni dell’Ottocento, soprattutto quella tedesca. I colori, i volti dei personaggi, l’immagine della città e i dettagli della vita quotidiana si riferiscono a quel tipo di iconografia ottocentesca. Per riprodurne l’atmosfera abbiamo cercato oggetti d’epoca in Austria, in Germania, in tutta Europa, ricostruendo esattamente dettagli anche minuti della vita quotidiana, come i vestiti, i cuscini, le lenzuola, le tazze e il cibo. I cavalli che si vedono nel film sono frisoni, la razza equina più antica, di cui ormai sopravvivono solo sessanta esemplari nel mondo. Partivamo dal presupposto che l’uomo è una razza in evoluzione ed è molto importante avere memoria del nostro passato. Uno dei compiti principali del cinema è far rinascere il tempo, con tutti i suoi particolari».

Avevamo il timore che dopo la morte di Bergman un certo tipo di cinema (ricercato, erudito, ineccepibile) fosse andato perduto. Con quest’opera Sokurov lo ha salvato.

(Film visionato il 30 ottobre 2011)




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