venerdì 17 giugno 2011

I migliori album degli anni '50 secondo Ogni Maledetto Post

Stilare una classifica musicale è sempre divertente ma è anche un'operazione difficile, parziale e soggettiva. Dunque ben vengano correzioni, aggiunte e suggerimenti da tutti. In questa classifica troverete solo musica leggera (la classica meriterebbe un post a parte) e ho preferito tenere in considerazione solo i dischi originali e non le raccolte o i "greatest hits" postumi.


1 - Kind Of Blue (Miles Davis, 1959)
1 Miles Davis fece registrare il disco senza fare nemmeno una prova e senza preavvisare i musicisti, a quanto pare serviva per ottenere da loro la massima concentrazione. 2 Davis diede indicazioni vaghe su come sarebbero dovute essere le canzoni, il resto era da improvvisare. 3 I pezzi furono registrati una volta sola (buona la prima). Questi sono alcuni indizi che possono farvi capire la genesi del disco più influente e più venduto nella storia del jazz. La cosa sconvolgente è che questi cinque pezzi non solo sono diventati uno standard per tutti i jazzisti di sempre ma hanno anche contaminato per sempre gli altri generi. Il primo posto è assicurato.
2 - Elvis Presley (Elvis Presley, 1956)
“Puoi bruciare la mia casa, rubare la mia macchina / Bere il mio liquore / Puoi fare ogni cosa che vuoi / Ma sta lontana dalle mie scarpe di pelle scamosciata blu”. Questa è una vera rivoluzione culturale. Non che il Re abbia inventato qualcosa di nuovo con questo album (che tra l’altro si tratta di un eterogeneo collage di varie registrazioni), i maestri del jump blues avevano già inventato il rock, ma a causa del colore della loro pelle non erano destinati a diventare una stella come il camionista di Memphis. Eppure la rivoluzione l’ha fatta lui: chitarre acidule e sporche, testi ammiccanti e strafottenti, irresistibili pezzi rock e ballate malinconiche da far innamorare qualsiasi ragazzina sotto il palco.


3 - The Genius of Ray Charles (Ray Charles, 1959)

Non era di certo sconosciuto questo pianista amatissimo dai bianchi (l'unico pubblico che allora "contava"). Lui, l'inventore del Gospel, un po' blues, un po' R&B, a volte jazz. Ray non stava di certo a fare differenze tra queste inutili etichette. Per lui i generi erano stati inventati per poter essere mescolati, stravolti, plasmati a piacimento e questo disco ne è un'ottima prova. In studio si era avvalso dei migliori musicisti in circolazione (presi da Duke Ellington e Count Basie). La voce riesce a modulare un canto riconoscibilissimo, a volte come rotto dal pianto, a volte urlante che riesce incredibilemente a rispecchiare le pieghe dell'animo dell'uomo moderno.

4 - The “Chirping” Crickets (The Crickets, 1957)

Contemporaneamente alla nascita dei cliché del rocker alla Elvis (il bello e maledetto tutto stay-off-of-my-blue-suede-shoes) nasce anche un modello più pacato, ironico, con una voce divertente e un paio di occhiali in celluloide. È Buddy Holly, e sicuramente quella estetica è la rivoluzione meno importante che abbia fatto. Morto in un incidente aereo a 22 anni, il giovane Buddy ha contribuito a dare un enorme contributo ai primi vagiti rock, ha influenzato i Beatles (a partire dal nome), i Rolling Stones, i Beach Boys e qualche altro centinaio di artisti. Ha inventato il canto a singhiozzo (senti questo video, 0:44) e ha contribuito alla creazione di nuovi metodi di incisione. Ripeto, è morto a 22 anni.

5 - Here's Little Richard (Little Richard, 1957)

Qualcuno di voi forse non l'ha nemmeno sentito nominare, al limite il titolo Tutti Frutti può ricordare qualcosa. Ma sicuramente il suo primo disco rientra nella top 10 per lo spirito selvaggio, strafottente e provocante con cui il piccolo Richard plasma il carattere del nascente rock'n'roll. Siamo negli anni '50 e lui si trucca come una diva decadente dimenticandosi di celare la sua omosessualità, la sua voce esplode in urla bestiali, le sue esibizioni sono animalesche, violenta il pianoforte come fosse uno strumento rock e lo suona con i piedi. Successivamente il diavolo tornò all'ovile della cristianità producendo dischi gospel, ma questo resta un'esplosione insuperata.

6 - Go Bo Diddley (Bo Diddley, 1959)

Il Rolling Stones parla di una influenza sul rock'n'roll "inestimabile". Altri lo chiamano "creatore del rock'n'roll". Sicuramente non ha valore l'apporto (o la riscoperta) delle ritmiche africane all'interno del nuovo genere americano. Mutuato forse dall'hambone (tecnica per simulare i ritmi del continente nero con la percussione di una mano sulla coscia), Bo inventa il cosiddetto ritmo "Diddley beat" da allora usato in milioni di canzoni (vedere il video sopra). La sua chitarra suonava piena di riverberi (in questo video da 0:56), strane distorsioni, effetti non convenzionali che davano alla sua musica un tocco ancora una volta esotico. Imbracciava la "twang machine", una strana chitarra dal corpo rettangolare, e il "diddley bow", uno strumento monocorde di origine africana. Si dice che abbia anche inventato i primi rudimenti del rap, insomma ha esplorato mondi inimmaginabili per allora. "Sono io che ho aperto un sacco di porte, ma sono rimasto con il pomello in mano", avrebbe detto.
7 - In The Wee Small Hours (Frank Sinatra, 1955)

Niente balletti, niente swing ma un uomo solo nel mezzo della notte, con una mano in tasca e l’altra che regge l’ennesima sigaretta. È la solitudine di una città notturna la cornice perfetta e suggestiva di In The Wee Small Hours. È la malinconia dovuta alla separazione con Ava Gardner e alle difficoltà della carriera di una voce che sembrava già affievolirsi. Grazie ai mesti arrangiamenti di Nelson Riddle, In The Wee Small Hours è stato forse il primo concept album della storia e sicuramente in disco più autentico di Sinatra.
8 - Time Out (The Dave Brubeck Quartet, 1959)

I tempi dispari fanno irruzione con prepotenza all'interno della musica leggere grazie a Dave Brubeck. Take five è in 5/4, Blue Rondo à la Turk in 9/8, Three to get ready 3/4. Anche la musica classica (a partire da Mozart) ha qui un importante spazio. Ma nonostante queste attente e preziose sofisticazioni, Time Out resta tutt'oggi uno dei dischi jazz più alti e allo stesso tempo più accessibili anche ai profani. Forse è per questo che sin dai suoi esordi è stato disprezzato. Spesso si preferisce inserire tra i migliori dischi degli anni '50 Brilliant Corners di Thelonious Monk, stupefacente capolavoro del jazz molto amato dai musicisti addetti ai lavori ma non universalmente fruibile come Time Out.
9 - Lady In Satin (Billie Holiday, 1958)

E' questo il testamento di una delle più grandi cantati di tutti i tempi. Una miglior vita l'avrebbe attesa da lì a poco, una vita finalmente senza lo spettro dell'eroina, senza brucianti amori e senza quella rassegnata mestizia che ricopre il suo ultimo capolavoro (il più riuscito, secondo lei). Per alcuni potrà sembrare uno strategico ritratto di un'artista finita ma a mio avviso resta un disco fenomenale. Questa volta è un esercito di archi ad accompagnare la sua voce roca e drammaticamente invecchiata, dando così al disco un andamento satinato e cinematografico che sottolinea ancora di più la ruvidezza della sua voce. I testi sono d'amore, come si usava nel jazz, ma qui si parla in modo innovativo di amori disperati, amori cercati solo per dimenticarne altri, rassegnazioni d'amore. Glad to be unhappy è il titolo che meglio raccoglie lo spirito del disco.
10 - After School Session (Chuck Berry, 1958)

Nel 55 esce una tripletta inarrestabile del rock: Chuck Berry, Bo Diddley e Screamin’ Jay Hawkins. Senza perdere tempo nel discutere su chi abbia inventato il rock, diciamo che Berry ha sicuramente portato il genere alla sua perfezione e lo arricchisce di espedienti che si cristallizzeranno nella storia: chitarra elettrica in primo piano, canzoni brevi, testi autoprodotti, assoli tipici che trasformano la scala pentatonica in un topos del genere. È il primo nero a manipolare materiale bianco come il country e l'hillibilly e ciò sembra essere molto apprezzato dai bianchi stessi. I testi parlano di adolescenza, di amori, di avventure sessuali e soprattutto di pure divertimento, concetto piuttosto scandaloso in un'America conservatrice come quella di allora.

E se non dovessero essere sufficienti 10 dischi per conoscere gli anni '50...
11 - Brilliant Corners (Thelonious Monk, 1957)
12 - This Is Fats (Fats Domino, 1956)
13 - The Atomic Mr. Basie (Count Basie, 1957)
14 - Tragic Songs Of Life (The Louvin Brothers, 1956)
15 - The Wildest (Louis Prima, 1956)


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