domenica 3 aprile 2011

Libia, Costa d'Avorio e un centinaio di motivi

Cosa c'entra la Libia con la Costa d'Avorio? C'entra, perchè anche nella Costa d'Avorio ci sono ribelli e c'è una sanguinaria rivoluzione, anche nella Costa d'Avorio si spara e muoiono civili. Finora più di 800 cittadini ivoriani uccisi a Duekouè nella sola giornata di martedì (29 marzo). 

Sarko tiratore!
Ma di questa guerra nessuno dice niente, perchè? E perchè nessuna comunità internazionale vuole intervenire in difesa dei diritti umani millantati da quel buffone di Sarkozy per giustificare bombe e distruzioni? Con quale faccia Sarkozy parla di diritti umani dopo aver stretto con un dittatore ogni sorta di sordido accordo che contenesse la parola "denaro"? Ecco, "forse" il motivo è questo. 

Laurent Gbagbo
Forse, il buon Sarkò non ha stretto nessun accordo con Laurent Gbagbo, il presidente uscente ivoriano nonchè l'obiettivo del golpe militare attuato dal suo sfidante, Alassane Ouattara. Per la cronaca, Laurent Gbagbo è "accusato dal suo antagonista Alassane Ouattara e dalla comunità internazionale di aver manipolato a suo favore l'esito delle elezioni del novembre scorso". Da qui la reazione armata della fazione di miliziani fedele a Ouattara.
E l'Italia? Abbiate fede, anche l'Italia ha i suoi buoni motivi per i quali "Libia sì, Costa d'Avorio no". Volete sapere quali sono, e perchè la guerra andava prevenuta anni fa, invece di giustifarla come inevitabile adesso? Ecco l'elenco dei "buoni motivi" italiani (tutti i dati sono tratti da Peacereporter e dal Sole 24ore)...

  1. La Banca centrale libica (Cbl) e il fondo sovrano Lybian Investment Authority (Lia) possiedono il 6,5 per cento dei titoli Unicredit, il che rende Tripoli  il principale azionista dell'istituto di credito. La vice presidenza di Unicredit è occupata da Farhat Bengdara, presidente della Cbl.
  2. La finanziaria Lafico possiede il 14,8% della Retelit (società controllata dalla Telecom Italia attiva nel WiMax), il 7,5% della Juventus e il 21,7% della ditta Olcese.
  3. L`importanza che il paese nordafricano riveste per l`Italia è dimostrata anche dalla presenza stabile in Libia di oltre 100 imprese, prevalentemente collegate al settore petrolifero e alle infrastrutture, ai settori della meccanica, dei prodotti e della tecnologia per le costruzioni. Tra le altre c'è Iveco (gruppo Fiat) presente con una società mista ed un impianto di assemblaggio di veicoli industriali. Nel settore delle costruzioni si distinguono Impregilo (che ha firmato contratti per il valore di un miliardo di euro), Bonatti, Garboli-Conicos, Maltauro, Ferretti Group. Altri settori sono quelli delle centrali termiche, (Enel power), impiantistica (Tecnimont, Techint, Snam Progetti, Edison, Ava, Cosmi, Chimec, Technip). Telecom è presente anche con Prysmian Cables (ex Pirelli Cavi). 
  4. Nel 2008 inoltre i libici hanno formalizzato un'intesa con il ministero dell'Economia italiano che dovrebbe permettere a Tripoli di aumentare le partecipazioni in Eni (di cui già possiedono lo 0,7% del capitale) inizialmente al 5%, poi all'8%, fino a un massimo del 10%. Per Gheddafi partecipare alle decisioni della società di San Donato Milanese è importante, considerato che l'Eni da decenni estrae petrolio in Libia ed è una delle principali major petrolifere presenti nel paese: dai giacimenti petroliferi libici dipende il 12,5 per cento della produzione totale del gruppo e l'ad Paolo Scaroni ha recentemente annunciato investimenti per 25 miliardi di euro 
  5. Il fondo Lia ha partecipazioni nel capitale di Finmeccanica pari al 2 per cento.
  6. Nell'ultimo biennio - anche a seguito del "Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia" firmato a Bengasi nell'agosto del 2008 dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dal leader della Rivoluzione, Mu'ammar El Gheddafi - che le esportazioni di armamenti italiani verso le coste libiche hanno preso slancio. L'articolo 20 del Trattato prevede infatti "un forte ed ampio partenariato industriale nel settore della Difesa e delle industrie militari", nonché lo sviluppo della "collaborazione nel settore della Difesa tra le rispettive Forze Armate". Si è cominciato quindi con 93 milioni di euro nel 2008 e proseguito nel 2009 con quasi 112 milioni di euro che fanno oggi dell'Italia il principale fornitore europeo - e probabilmente mondiale - di armi al colonnello Gheddafi. Il totale supera i 205 milioni di euro, che ricoprono più di un terzo (il 34,5%) di tutte le autorizzazioni rilasciate dall'UE (circa 595 milioni di euro).
  7. Tra gli altri paesi europei che nel recente biennio hanno dato il via libera all'esportazione di armi agli apparati militari di Gheddafi, figurano la Francia (143 milioni di euro), la piccola Malta (quasi 80 milioni di euro), la Germania (57 milioni), il Regno Unito (53 milioni) e il Portogallo (21 milioni).
"Silvio, fai venire anche me coi libici!"
E ci fermiamo qui, perchè non vogliamo farvi venire il mal di testa con troppi numeri. Questi, del resto, non necessitano di ulteriori considerazioni, parlano già da soli. 
Allearsi con un macellaio guerrafondaio e poi vendere la favola della missione di soccorso democratico ai poveri libici è veramente e soltanto un'ignobile vigliaccata.


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