martedì 8 marzo 2011

È meglio la migliore delle dittature che... no, aspetta, non faceva così...

Suonava più come un elogio della democrazia, strana creatura che si mostra come un Giano bifronte agli occhi critici dei suoi detrattori. Avversata dagli illiberali, che ne detestano il morbo dell'uguaglianza (dinanzi alla legge sopra ogni altra cosa), e avversata da coloro che vi rintracciano le radici di una società borghese, conformista e, in ultimo, "diversamente illiberale" nella sua deriva populista. 

Eppure "è meglio la peggiore delle democrazie che la migliore delle dittature", come diceva il buon Sandro. Frase citata di continuo (e a sproposito) eppure mai tanto calzante: qual è il confine che separa la peggiore delle democrazie dalla migliore delle dittature? Dove scatta "il salto di qualità"? Oggi l'Italia può dirsi compiutamente democratica?
Certo, nessuno viene mandato "materialmente" al confino. Ma proprio oggi Tiziana Ferrario è stata finalmente riammessa al suo lavoro (la conduzione del TG1) dopo essere stata mandata "metaforicamente" (o quasi) al confino da Scodinzolini (personalmente lo riteniamo un merito di cui fregiarsi).

Auguri alle donne dell'Italia di oggi
Ma la frase di Pertini risuona oggi sinistra nel suo essere premonitrice. Come può essere bollato, se non con un grido di allarme (e di dolore), "l'annuncio di regime" conclamato dalla riforma giudiziaria che Diabolino Alfano vuol presentare in Consiglio dei Ministri al più tardi giovedì. Una riforma che B. ha definito "epocale": roba da far tremare. 

Questa definitiva istituzionalizzazione del passaggio da una "peggiore democrazia" a un qualcosa che forse democrazia non è più è stata ben illustrata nella lucida analisi di Gian Carlo Caselli proposta nel numero di gennaio della rivista bimestrale MicroMega. Nel magazine in quota RCS Caselli scandaglia dettagliatamente quella che è davvero una "riforma epocale", perchè segna la fine del principio primo di una Repubblica, quello della separazione dei poteri esecutivo, legislatico e giudiziario. Con la riforma-Alfano della giustizia l'azione dei magistrati, infatti, sarà gerarchicamente sottoposta a quella governativa.  Vediamo perchè, riportandovi un sunto delle riflessioni di Caselli sui punti nodali del ddl:
  1. Composizione del Csm. Aumento da 1/3 a 2/3 della percentuale di magistrati ordinari eletti dal Parlamento. Che evidentemente nominerà magistrati compiacenti. 
  2. Abolizione del principio di obbligatorietà dell'azione penale. La politica, in buona sostanza, nella figura del Guardasigilli stabilirà quali inchieste sono degne dell'attenzione degli inquirenti e quali possono essere trascurate a bella posta. 
  3. Rottura del vincolo di dipendenza della polizia giudiziaria rispetto ai pm. Gli investigatori della polizia giudiziaria non risponderanno più ai pm ma ai ministeri competenti: la polizia al Ministro dell'Interno, i carabinieri a quello della Difesa, la guardia di finanza a quello dell'Economia. Sarebbero Maroni, La Russa e Tremonti a pilotare le indagini. 
  4. Separazione delle carriere fra magistrati inquirenti (i pm) e magistrati giudicanti (i giudici). Per Caselli questo significa che "il governo potrà impartire ordini, direttive od orientamenti al pm". 
  5. Responsabilità civile dei giudici. Una minacciosa mannaia continuamente pendente sul capo dei giudici. 

Attenti al fano!
"Licio Gelli sarebbe stato più democratico", ha commentato il finiano Fabio Granata. Carmelo Briguglio, altro parlamentare di Fli (che ad oggi sembrerebbe quasi un partito di opposizione più credibile del Pd, ed è quanto dire!), è stato ancora più duro: se il Governo presenterà in aula la riforma così com'è, "sarà un Vietnam parlamentare". 
Per fortuna c'è ancora tempo: questa è una riforma Costituzionale e i passaggi tra Camera e Senato sono ben quattro, e tutti a maggioranza assoluta.  Se la maggioranza sarà relativa, infatti, è previsto il referendum confermativo.

Ci sono i margini per fermarli, informatevi, indignatevi, mobilitatevi!


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