domenica 30 gennaio 2011

Perché "Ogni maledetto post"?

Nel 1999 un magistrale Al Pacino interpreta l’allenatore di football Tony D’Amato in Ogni maledetta domenica di Oliver Stone. D’Amato, allenatore e uomo fiaccato da se stesso e dalle delusioni patite,  riesce tuttavia a trovare in un gruppo di scalcinati footballers la determinazione perduta, necessaria per un riscatto scintillante. In un crescendo vertiginoso di emozioni e inquadrature, Stone ci guida lungo questa redemption road (personale e della società tutta) all’americana, al cui apice si colloca l’ormai celebre “discorso” (così la schizofrenia audiovisiva “youtubista” etichetta ad oggi intere sequenze monologanti, come fossero discorsi di insediamento nella hall of fame delle frasi da cioccolatino) che il coach pronuncia alla squadra prima dell’ultimo, decisivo match. D’Amato incoraggia i suoi atleti, li esorta ad afferrare la gloria “massacrandosi di fatica per ogni centimetro del campo da gioco, difendendo quel centimetro con le unghie e coi denti per se stessi e per gli altri”. Un centimetro che separa il successo dalla disfatta, la vita dalla morte.

Con un balzo in avanti ci proiettiamo al 2043, anno nel quale cadrebbe la pubblicazione dell’ultimo numero di un quotidiano cartaceo, almeno stando alle cupe previsioni di Vittorio Sabadin, giornalista de la Stampa e autore de L’ultima copia del New York Times, un pamphlet sul futuro del giornalismo. È innegabile, in effetti, che i dati sulla diffusione dei giornali e sull’età media dei lettori attraversino un trend negativo che sembra ormai inarrestabile: per Sabadin i giornali di carta si stanno inabissando in una lenta agonia. Stanno facendo il resto il così detto citizen journalism (il giornalismo “fatto dai lettori”, coi videofonini e le macchine fotografiche digitali, come nell’occasione dell’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 o dello tsunami nell’Oceano Indiano del 2004) e la migrazione dell’informazione sul supporto digitale.

E noi? Cosa possiamo fare, noi aspiranti al mestiere? Possiamo difendere ogni centimetro in ogni maledetto post, come comanda D’Amato ai suoi ragazzi. Senza alterigia ma con la convinzione che la professione del giornalista non può e non deve perire, indipendentemente dal supporto che ospiti la scrittura. Il racconto della parola vera, concreta, che perfora i muri di gomma della società e le resistenze alla giustizia e all’equità: questo è quello che interessa a un giornalista che voglia fare il proprio mestiere con professionalità e coerenza. Fintanto che esisterà qualcuno disposto a difendere la parola vera, esisterà il giornalismo. Non è uno scherzo: un giornalista che rifugga l’onestà intellettuale (delle conoscenze) e pragmatica (della cronaca dei fatti) e che abbandoni il logico equilibrio tra buon senso, ragione, curiositas culturale e umana cura si spoglia della sua funzione, abdica al privilegio della penna. Si rende complice del male che non ha contribuito a evitare, come scrisse una volta Giuseppe Fava.

In questo spazio, dunque, vogliamo difendere (insieme a chi ci vorrà leggere) ogni centimetro di quel che resta di questo mestiere, ogni millimetro della libera possibilità di esprimere la propria opinione, che riteniamo essere un dovere e insieme un diritto posto a fondamento di ogni convivenza civile e dell’intera storia umana. Vogliamo farlo in ogni maledetto post.


La redazione di Ogni maledetto post



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