lunedì 20 gennaio 2014

sabato 18 gennaio 2014

The Counselor di R. Scott. Recensione


The Counselor 
di Ridley Scott 
con Michael Fassbender, Brad Pitt, Javier Bardem, Cameron Diaz, Penelope Cruz 
Drammatico, 111 min., USA, GB, 2013 

Un avvocato (Fassbender) decide di sfruttare i suoi agganci per fare soldi grazie ad un carico di droga sottratto alla malavita. Quest’ultima mette in moto un meccanismo di vendetta che non gli lascerà vie di fuga. L’avvocato capirà così il monito del suo socio in affari (Pitt): “Tu sei il mondo che hai creato. Quando smetti di esistere, anche il mondo che hai creato smetterà di esistere”. 

Dopo una partenza fracassona, Ridley Scott mette in campo una regia fin troppo didascalica (la tendenza al far vedere a tutti i costi) e a tratti retorica (locali glamour, case con piscina e alberghi a cinque stelle) per mettere in immagini una sceneggiatura di Cormac McCarthy che presenta luci e ombre in egual misura. Tra i punti di forza c’è sicuramente la presenza di una forte morale (cosa ormai rara) nonché la costruzione di una buona storia che parla di una discesa agli inferi (qui ambientata sul confine tra Messico e USA) dove il principale vizio da purgare è l’avidità e dove tutti sono certi che il contrappasso prima o poi li punirà. Benché la storia sia di facile comprensione è tuttavia tortuoso ricostruirne i singoli passaggi e spesso, attraverso i dialoghi, si comprende come l’approccio alla narrazione sia più quello di uno scrittore che non quello di un uomo di cinema. Ogni battuta diventa dunque il pretesto per esporre una massima filosofica o di vita (fortunatamente non ai livelli della stucchevolezza sorrentiniana), con esiti talvolta del tutto inverosimili. Come il boss della droga che cita i versi di Antonio Machado rimarcandone il significato attraverso parafrasi e commento. 

Riguardo le prove degli attori bisogna rilevare che, nonostante il cast stellare, l’unico veramente nella parte risulta essere Fassbender, sicuramente più verosimile di un Bardem che sembra sempre più il mascherone di un carro allegorico del carnevale di Viareggio (in continuità con quello mostrato in Skyfall), un Pitt poco in forma, una Diaz e una Cruz quasi relegate in secondo piano. Anche per questo la solitudine di Counselor/Fassbender viene accentuata ma il risultato finale, comunque molto gradevole, finisce col risentire di una fastidiosa frizione tra lo stile pop/rock di Scott e il linguaggio esistenzialista di McCarthy (meglio sfruttato dai fratelli Coen in Non è un paese per vecchi). 

Voto: 7 su 10 

(Film visionato il 16 gennaio 2014)



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martedì 7 gennaio 2014

American Hustle di David O. Russell. Recensione


American Hustle 
di David O. Russell 
con Christian Bale, Amy Adams, Bradley Cooper, Jennifer Lawrence 
Drammatico, 138 min., USA, 2013 

Irving Rosenfeld (Bale), truffatore finanziario, viene incastrato insieme alla socia/amante (Sydney Prosser, interpretata da Amy Adams) da un agente dell’FBI, Richie DiMaso (Cooper). Quest’ultimo gli offre come via di fuga di partecipare all’operazione Abscam che, creata dall’FBI verso la fine degli anni settanta, portò all’arresto di numerosi membri del Congresso degli Stati Uniti d’America. 

Funziona tutto alla perfezione in questa settima opera di David O. Russell, sicuramente la migliore del regista. La sceneggiatura (scritta insieme a Eric Warren Singer) dosa sapientemente momenti di suspense e di riflessione ad impennate comiche, riuscendo a tratteggiare alcuni dei personaggi più riusciti degli ultimi anni. Su tutti spicca Irving Rosenfeld, protagonista memorabile, truffatore dal cuore d’oro e dal riporto indescrivibile, interpretato da un Bale inarrivabile ingrassato per l’occasione di 20 kg. Ma la sua prova e il suo personaggio non sarebbero potuti essere così perfetti senza il giusto spessore degli altri personaggi e le prove di coloro che li hanno interpretati. Amy Adams, in particolare, riesce a conferire la giusta consistenza alla figura dell’amante tormentata ma sempre fedele, nella buona e nella cattiva sorte. Le fa da contraltare la figura di Jennifer Lawrence, che recita bene il ruolo della moglie superficiale e opportunista ma senza quella malizia che solo un’attrice più matura avrebbe potuto restituire. Chiude il giro Bradley Cooper, che film dopo film si sta confermando uno degli attori statunitensi più interessanti (almeno per il genere). David O. Russell li dirige come un maestro che non si lascia mai sfuggire l’orchestra. Grazie alla sua regia sapiente, misurata, impreziosita da qualche brillante spunto tecnico e da un montaggio che conferisce ritmo al risultato finale, ci troviamo di fronte ad un film di puro intrattenimento dove tutto funziona perché “tutto si tiene”. Non è poco. 

Voto: 8 1/2 su 10 

(Film visionato il 4 gennaio 2013)



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lunedì 23 dicembre 2013

Blue Jasmine di W. Allen. Recensione


Blue Jasmine 
di Woody Allen 
con Cate Blanchett, Joy Carlin, Richard Conti, Glen Caspillo 
Drammatico, 98 min., USA, 2013 

Per critica e pubblico Woody Allen è tornato con questo film ai suoi livelli d’eccellenza. Non mi sento di affermare il contrario, ma certamente di ridimensionare certe voci che hanno gridato al capolavoro. C’è chi ha osannato la recitazione della Blanchett, chi ha lodato le capacità di scrittura di Allen, chi ha visto nel film una spietata e costruttiva critica alla società contemporanea e chi, infine, ha riconosciuto nel film qualità che lo farebbero diventare il migliore della stagione. Non esageriamo. 

Non ci troviamo di fronte né all’Allen più in forma né ad un film dalla dirompenza che possa imporlo come una delle migliori pellicole degli ultimi tempi. L’idea di fondo è certamente buona, ma sicuramente troppo inflazionata e appesantita da “colpi di scena” che ci sembrano più concepiti per ingraziarsi il pubblico che per far fare un salto di qualità alla storia. Come se non bastasse numerosi sono i cliché usati ed abusati e perciò poco interessanti: la donna che vuole vivere a tutti i costi al di sopra delle proprie possibilità (economiche e culturali) e che non si rassegna al fatto di aver perduto tutto per colpa di un marito truffatore; il marito truffatore e quindi fedifrago impenitente (conseguenza fin troppo banale); il figlio che dopo aver scoperto i misfatti del padre decide di cambiare radicalmente vita, dopo un inevitabile periodo di sbandamento; la sorella sfigata che ha un compagno sfigato e che quando trova l’uomo che le potrebbe assicurare uno stile di vita migliore tradisce il compagno sfigato ma poi prende una fregatura e si accorge che il vero amore era quello del compagno sfigato e allora torna sui suoi passi. 

Nulla ci spiazza in questo film che restituisce un Allen effettivamente più vivo, ma non abbastanza caustico e profondo. In poche parole, ci sorbiamo una storiella prevedibile, quasi superficiale, all’insegna del già visto e della misoginia. Oscar alla Blanchett quasi assicurato se si pensa che le interpretazioni di pazzi ed esauriti piacciono sempre molto a pubblico e addetti ai lavori. 

Voto: 7 su 10 

(Film visionato il 17 dicembre 2013)



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domenica 15 dicembre 2013

La cultura (non) paga: il Governo Letta offre lavoro a 500 giovani per 5000 euro (in un anno e lordi)


Si fa finalmente sentire uno dei più attesi effetti del Decreto Valore Cultura, approvato lo scorso agosto dal Consiglio dei Ministri come risposta alla crisi culturale di un Paese che sul suo patrimonio storico-artistico ha costruito la propria identità.
Il provvedimento prevede una serie di importanti interventi finalizzati, nel complesso, al rilancio di un'idea di Cultura intesa non più come bene dato e scontato, ma come valore aggiunto in grado di creare lavoro e attrarre investimenti, oltre che turisti. Grande attenzione viene riservata quindi al recupero di Pompei, alla tutela di fondazioni culturali e lirico-sinfoniche, alla valorizzazione del cinema e dei siti museali e artistici che ospitano i più grandi tesori della Storia e della Cultura italiana.

Ma soprattutto, al grido di "Diamo lavoro a 500 giovani per la cultura!", il Governo Letta si è impegnato a creare opportunità professionali per 500 giovani da impiegare in un progetto di catalogazione e digitalizzazione del patrimonio culturale del Paese. Iniziativa lodevole, questa, che avrebbe dato una prospettiva a quella miriade di laureati, specializzati e operatori culturali che, dopo avere investito tutto sulla loro formazione umanistica, si ritrovano irrimediabilmente disoccupati o, nella migliore delle ipotesi, precari. 
Ora che è stato pubblicato il bando con scadenza al 21 gennaio, si cominciano però ad avvertire i limiti (mi si passi l'eufemismo) di questa manovra.

Innanzitutto i requisiti estremamente stringenti per partecipare alla selezione: i candidati che presentano la domanda non devono avere più di 35 anni alla data di pubblicazione del decreto (9 agosto 2013), devono essere in possesso di una laurea in ambito umanistico conseguita con votazione minima di 110/110 (o, in alternativa, un diploma di archivistica con votazione minima di 150/150) e devono avere una conoscenza molto buona della lingua inglese, comprovata da certificazione di livello almeno B2.
Si cercano dunque giovani altamente qualificati, con titoli universitari elevati e certificati di eccellenza, con alle spalle possibilmente esperienze di stage, master e corsi formativi post laurea (questi permetteranno di ottenere punti extra nella graduatoria finale).
Fin qui nulla di strano: visto il gran numero di persone laureate, è evidente la volontà di effettuare un prescreening sulla base di requisiti oggettivi, restringendo il cerchio ad un gruppo di pochi "virtuosi" che parteciperanno al concorso vero e proprio.
Meritocrazia prima di tutto, sembra.

Il fatto discutibile è che se da un lato si cerca l'eccellenza, dall'altro questa stessa eccellenza non viene affatto valorizzata.
Nel bando si legge infatti che il programma formativo non dà luogo in alcun modo alla "costituzione di un rapporto di lavoro"; tuttavia i candidati prescelti di fatto lavoreranno ben 12 mesi per 30/35 ore alla settimana, dietro un compenso di 5000 euro, lordi e annuali. Che, con un semplice calcolo, fa 3 euro all'ora
Il tutto senza ferie, rimborsi, nè buoni pasto.
Guai a chiamarlo "stipendio" però: si tratta di un programma di formazione e quindi i 5000 euro lordi annuali corrispondono ad un'indennità di partecipazione, che verrà oltretutto decurtata nel caso di assenze non giustificate.
Inoltre, concluso questo progetto annuale, i "giovani" in questione (tipico solo dell'Italia appellare giovani anche persone con 35 anni suonati) saranno di nuovo al punto di partenza, cioè a casa, dato che il bando precisa che "il rilascio dell'attestato (rilasciato al termine dell'attività formativa) non comporta nessun obbligo di assunzione da parte del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo". Fallito quindi anche l'obiettivo dichiarato di combattere la disoccupazione creando nuovi posti di lavoro nel settore culturale.

Inutile dire che anche questa volta il Governo italiano ha perso una buona occasione per cambiare davvero le cose, per valorizzare davvero una categoria bistrattata che dovrebbe invece essere posta a guida del Paese, puntando su un intervento di facciata che mortifica e svilisce ulteriormente i giovani.
Intanto la polemica dilaga, su Internet e non solo.

#500schiavi on Facebook

AGGIORNAMENTO

In seguito alle polemiche e alla redazione di questo articolo del Fatto Quotidiano, nella serata di lunedì 16 dicembre il Ministero dei beni culturali ha pubblicato un decreto che modifica il bando.
Principali novità:
  - abbassato il voto minimo richiesto: si passa da 110/110 a 100/110 (e da 150/150 a 135/150 per i diplomati in archivistica)
  - annullata la richiesta della conoscenza dell'inglese a livello almeno B2
  - fissato a 600 ore annue l'impegno dei partecipanti, con conseguente corresponsione di 3,50 euro l'ora.

Come dire, cambia la forma ma non la sostanza.



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